Una numerosa assemblea ha preso parte al ritiro di Avvento che si è tenuto ieri, domenica 15 dicembre, al Centro Rosmini di Capo Rizzuto.
La riflessione che ha dato corpo al ritiro è stata tenuta da don Oreste Mangiacapra, presbitero della nostra diocesi, autore del libro “Lieta è notte. Pregare i salmi di compieta” (CLICCA QUI).
Il tempo personale di per pregare e confessarsi, la condivisione fraterna, la celebrazione eucaristica hanno scandito questo bellissimo pomeriggio di spiritualità in preparazione al Natale.
Per gentile concessione dell’Autore, condividiamo il testo della riflessione di don Oreste.
“Lieta è la notte”. Ritiro per la comunità di Isola
Dell’inizio
Se tutto ha avuto e può avere inizio con il diurno-la Luce-l’azione- il generare- l’affetto-la fame, la sete, il prendere e il lasciare e così via, la scrittura ci dice che c’è la notte, il notturno, l’addormentarsi, il sonno e il sogno, il riposo e il silenzio. Noi umani ci descriviamo a partire dallo stato di veglia, razionale e operoso: scriviamo, parliamo, accendiamo, guardiamo, andiamo, combattiamo viviamo come se non dormissimo mai. Tutto quello che ha senso è fatto di giorno. Sicché la notte e il sonno sono come una stazione di servizio, per fare il pieno e poi riprendere l’autostrada. Se capita l’insonnia allora il problema va risolto dall’esperto quasi fosse un inceppamento del sistema di ricarica trattandolo come disturbo del sonno e affidandolo alla grazia del sonnifero. Eppure, Dio creando l’uomo e la donna li ha voluti anche contraddistinti dal dormire. Tale segno peculiare è abbastanza visibile poiché passiamo gran parte della vita dormendo.
Del resto, un infante nei primi mesi di vita dorme dalle 14-17 ore al giorno, nei primi tre anni circa 14 ore. Questo dettaglio vuol pure dirci qualcosa.
Il Figlio del Benedetto si è presentato al mondo così: ha cominciato a salvarci dormendo gran parte del tempo, eppure la sua missione era urgente, ma hanno aspettato che crescesse….
Oggi vanno di moda le “notti bianche”, “la città che non dorme mai”, quelle in cui i negozi sono aperti, i bar super affollati, i musei accessibili, c’è musica e danza. Mi chiedo sempre: ma la notte non è ancora quel tempo in cui non c’è nessuno per strada? Dove tutti sono dentro e riposano? Dove c’è solo il rumore del silenzio? Dove girano i cani randagi? E perché mai dobbiamo rubare alla notte il suo tempo, sottrarre alla notte quel mistero che è tutta la sua vita? Forse vorranno civilizzare la notte? Rendere la notte come il giorno? O piuttosto è il tentativo di esorcizzare il buio della notte?
La notte ci consegna una grande lezione. Se è vero che è il tempo della lentezza, è anche vero che è il momento prezioso in cui ci si può raccogliere in una preghiera fatta con la carne. Preghiamo cioè con la nostra vera umanità, poiché di notte siamo soli, abbandonati a noi stessi, ma anche vulnerabili e fragili. Persino le nostre parole nella notte assumono il senso della veracità, quello che chiediamo si rivela più vero a noi, poiché è vero in Dio.
Su questa parola verace di notte, Giuseppe è il giusto che dorme bene è ha accesso ai sogni di Dio. Quest’uomo è caratterizzato in quattro episodi iniziali dell’infanzia di Gesù, come il giusto che non perde il sonno nonostante una faccenda d’amore complicata e gli imprevisti familiari.
Da adulto troviamo Gesù che dorme sulla barca (Mc 4,35-41), perfino scegliendo come lettuccio il posto del timoniere, il mare è imbizzarrito, i mariani concitati e intanto Lui ha la testa poggiata sul cuscino beato e sereno. Svegliato dai pescatori, le sue parole placarono la rabbia del mare che si sciolse in sorriso. E rivolgendosi ai discepoli disse: perché avete paura? Non avete ancora fede? Poco prima di questo episodio, in Marco, Gesù aveva parlato del Regno di Dio, come un uomo che getta del seme, dormi o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. La fiducia è nel seme, così come la fiducia di Gesù è nella mite potenza del Padre, che gli consente di abbandonarsi completamente, proprio come avviene nel sonno, sicuro che in qualsiasi caso la barca andrà in porto. La fede che azzittisce la paura assume qui la forma del dormire.
In altri episodi Gesù proverà il peso della notte che lo schiaccia e lo mette a nudo. La “notte” del Getsemani (cf. Mc 14,32-42 e par.) si confronta con tre esperienze radicali: quella del tradimento, quella dell’angoscia di fronte alla propria morte e, infine, quella della propria solitudine e della preghiera. In tutte queste tre tensioni c’è sempre una costante: nella notte in cui veniva tradito prese il pane; prende la croce. Il suo prendere-afferrare è il coraggio d’iniziare qualcosa di nuovo che prima non c’era. Chi ha paura non prende ma viene preso.
La notte è anche quella del sabato, prima dell’alba di Pasqua, dove la luce accede dalle crepe della terra e dalla pietra posta davanti al sepolcro. La Chiesa nella veglia pasquale, e precisamente nel preconio, canta la notte, definendola beata poiché c’è una grazia luminosa che si nasconde dentro di essa, che prende forma nella richiesta e nella voglia di cambiare.
Il salmo 4, che recitiamo a compieta il sabato sera e la vigilia delle solennità, è una perfetta sintesi delle costellazioni che caratterizzano il notturno. In tutti i salmi e anche in questo, l’orante è un povero uomo, messo alla prova, un credente che impara a credere e a pregare attraversando le tribolazioni, circondato da nemici che lo accusano e la nostalgia delle opere prodigiose di YHWH: i Patriarchi, l’esodo, sono ben lontane, e ne è rimasta solo la polvere. È questa polvere che li fa invocare, gridare, supplicare, lamentare, angosciare, senza questa polvere non avremmo avuto i Salmi.
Leggiamo il salmo 4
1. Pregando con il salmo
Il salmo 4 si rivolge a quanti sono demoralizzati e delusi a causa della difficile situazione sociale. L’orante raggiunge la vera pace dell’anima, grazie alla sua incrollabile fiducia in Dio. L’orante non si lascia prendere da sentimenti di vendetta, rivalsa, ma rimane fedele alle promesse di Dio. A leggere subito il salmo saremmo tentati di pensare: beato lui che non si arrabbia! Ma l’orante si arrabbia, eccome!
Il salmo inizia con un’accorata invocazione a Dio, a colui che ha manifestato la sua profonda giustizia attraverso il suo progetto di salvezza. E i nemici, chiamati in causa dall’orante, ne soffocano l’aria, la inquinano. Gli stanno intorno, lo circondano, lo turbano, fino a farlo arrabbiare. Potremmo immaginare quest’uomo fedele a Dio dal cuore buono e semplice, intento a condurre una vita non agiata ma semplice. Un uomo che crede nelle preghiere, nella fatica di ogni giorno, nel pane che deve essere guadagnato e baciato prima di mangiarlo, nelle relazioni oneste e sincere e nella lealtà quando si tratta delle cose della vita.
Quando un uomo così vede che le cose intorno a lui girano diversamente da come gli sono state insegnate, è normale che dia voce alla rabbia. La sua rabbia, espressa a voce alta, disegna un distacco da quello che non gli piace. A volte le nostre rabbie hanno in comune di farci prendere coscienza e distacco da ciò che non può andare. «Basta, così non può andare!», sembra volerci dire quest’uomo. Ma il suo atteggiamento è tutt’altro che passivo: è mite ma non certo arrendevole. È come se guardasse negli occhi i suoi nemici, leggesse nel loro cuore: vedendo le loro opere inique, ne raccoglie la sfida.
Eccolo il buon uomo, ora trasformato in sfidante: un ingenuo sognatore che ben presto sì è accorto delle insidie della vanità. Sembra di vederlo aggirarsi per la città, e chi lo incrocia ne avverte l’irascibilità, la franchezza nel modo di dire le cose. Lo prendono per matto, non hanno torto, ormai assuefatti a uno stile di vita consuetudinario: chi è fuori dal sistema è folle.
Mi viene in mente la frase attribuita a Friedrich Nietzsche: «Coloro che furono visti danzare, furono giudicati pazzi da quelli che non potevano sentire la musica».
Il salmista è un uomo che danza sulle parole del suo Signore perché ne ha ascoltato la voce, non ha timore di mostrarsi per quello che è, di dire quello in cui crede. Quando uno si sente amato, il suo corpo vive nella leggerezza, avanza, cammina senza pesi, incontra i volti e annuncia conversione. L’orante prega per i suoi nemici, invitandoli alla riflessione e alla pace, quando la sera adagiano il loro corpo sul giaciglio. Li affida così alla notte: a quell’ora sarà la grazia a fare tutto.
Alla fine della preghiera l’orante chiede a Dio di mostrare la luce del volto a lui e a quanti vivono nella sua condizione. Non dice: «Mostrami il volto», perché nessuno può vederlo in questa vita senza morirne (cf. Es 33,20), bensì «la luce del tuo volto», perché è altrettanto vero che nessuno può restare in vita senza la sua benedizione (cf. Nm 6,24-26). Chiede dunque una benedizione sulla vita, alla propria esistenza, la quale vale più del cibo e del vestito, da sempre considerati come benedizione divina, ma che non valgono tanto quanto la propria vita.
Il legame con la preghiera della sera è favorito dal versetto finale per cui l’orante afferma di riposare nella serenità, perché sa di essere custodito da Dio. Anch’io, recitando queste parole per affidare al Signore, posso affidare sia il mio riposo sia l’esame di consapevolezza e conversione della mia vita.
2. Pronti a lottare
A sera, stanco e sfinito dopo una giornata vissuta tra telefonate ricevute, impegni non programmati e improvvisi, imprevisti, incontri di fretta… ti trovi a pregare con le parole del salmo 4. Alla prima parola del salmo – «quando» –, già il tuo respiro si fa profondo e la mente ritorna al giorno appena passato. In un attimo rivedi la tua giornata, in immagini, episodi, parole, volti: pensi e dici che poteva andare meglio, che alcune cose potevano essere evitate e altre cose importanti sono state tralasciate. Perché proprio il «quando» risuona non solo come invocazione ma anche come confessione. Sì, quando. Quando, o Signore. Come ho fatto a dimenticarti, mi sono distratto, mi sono fatto prendere da molte cose e ora solo a sera mi ricordo di te, Signore? Il rischio potrebbe essere molto alto all’ascolto di questa prima parola del salmo: rendersi conto di aver passato una giornata senza Dio, dimenticando la sua presenza.
Ma «quando» potrebbe anche essere una sfida lanciata a Dio. Mi trovo in una situazione difficile e non so come uscirne, per cui chiedo a Dio di intervenire. Le sfide dell’orante del salmo sembrano essere tre, secondo i commentatori. La prima è rappresentata dalla sua condizione di angoscia, alla lettera di angustia-ristrettezza. La seconda è dovuta a chi gli sta intorno, sono amici e nemici che confidano nell’idolo. La terza è quella di incoraggiare i suoi amici a non perdere la fiducia in Dio. Tutta la preghiera dell’orante è rivolta a questa conclusione: coricarsi e addormentarsi nella pace. Andare a dormire in pace non è solo una questione di aver fatto molte o poche cose, e magari averle fatte bene, ma soprattutto di aver dato alle cose la loro giustizia, lo spazio che meritano. Penso che a tutti sia capitato di coinvolgersi in questa preghiera, di riconoscersi perdutamente affannati, stanchi e oppressi. Spesso e volentieri, infatti, ci lasciamo vivere dal tempo, subendo pressioni e manifestando ansie da prestazione. Il rischio che si corre è che lentamente rischiamo di essere fagocitati in un vortice di nulla e di rimanere con un pugno di mosche in mano.
L’orante del salmo ci parla anche delle sfide che le relazioni umane assumono nella nostra vita. Siamo sempre in mezzo agli altri e mai soli. Prendere decisioni, parlare, discutere, chiedere, offrire, domandare, rispondere, sono i verbi che costellano la giornata del nostro essere. In tutte queste azioni siamo sempre posti di fronte all’altro, e per questo il carico di responsabilità e di debito è molto esigente. L’orante si trova in questa difficoltà, non riesce a relazionarsi per come vuole, ovvero per come sente di essere stato educato alla fede. Intorno vede avversari e nemici, che lo affrontano e arrivano persino a dubitare del suo onore.
Il giusto allora diventa l’irregolare per gli altri: ciò che è ovvio per lui, per gli altri è solo una questione di opinione. C’è un mondo che ci vuole in fotocopia, che ci spinge verso una certa indecifrata voglia di libertà.
E così i vocaboli più usati dalla fede – rinuncia, attesa, sacrificio, perseveranza –, che rappresentavano le categorie indispensabili del senso quotidiano da offrire alla vita, ora sono una minaccia alla libertà. Tutto parte da questa idea di fondo: bisogna liberare la nostra libertà.
Nietzsche, parlando dei “piccoli uomini”, aveva previsto tutto questo: «Una vogliuzza per il giorno e una vogliuzza per la notte: salva restando la salute… Tutti vogliono le stesse cose, tutti sono eguali: chi sente diversamente va da sé al manicomio».
E paradossalmente la ricerca della propria autonomia genera l’omologazione. Tutti facciamo le stesse cose e tutti frequentiamo gli stessi luoghi e poi tutti a rincorrersi e a competere. Il primo che si distingue immaginando alternative è schernito.
Potremmo pensare che l’orante del salmo 4 viva questa situazione. Adirato per tale situazione, arriva a sfogarsi dicendo: «Fino a quando sarete duri di cuore?». Siamo a fine giornata, e questa domanda posta quasi come dialogo, per il momento non riesce a trovare risposta. Il salmista si sente agitato, ha paura di essere coinvolto anche lui in questo turbinio di nulla e menzogna. Porta dentro il suo cuore il vissuto di vite che si stanno perdendo nella superficialità e nella banalità, che operano per l’apparenza e il potere.
Anche noi possiamo lasciarci andare alle parole del salmo, pregando insieme all’orante, poiché viviamo le stesse situazioni, affrontiamo le stesse battaglie, abitiamo in altri contesti ma viviamo i medesimi sentimenti e affrontiamo le stesse difficoltà. I salmi, come questo in questo caso, non tradiscono il significato dei nostri giorni, ma ci costringono a ripensare la nostra scelta di vita e a incastonarla nella preghiera.
3. Poco spazio
Il salmista supplica Dio per uscire dalle angustie della giornata. Quali sono queste strettezze? Appena ci alziamo dal letto, la prima cosa a cui pensiamo è quella di poter condurre una giornata serena e tranquilla. Predisponiamo allora la nostra mente affinché tutto possa essere svolto nel modo migliore possibile, evitando problemi, non facendo figuracce, rimanendo razionali e prudenti, senza farci mancare quello che ci piace fare. Tuttavia, la realtà è più grande dell’idea che ci siamo fatti appena alzati.
A sera, passando in rassegna la nostra giornata, come i titoli di coda di un programma, si ha la percezione che abbiamo fatto molto e tanto ma non abbiamo fatto quanto desideravamo; che, seppur abbiamo iniziato la giornata con il migliore dei propositi, in realtà abbiamo perso tempo. Una giornata schiacciante, soffocata, portata avanti a forza di inerzia. Giornata che è sempre la stessa, trascinata fino alla sera. Fatta di incontri con persone dove per lo più abbiamo perso tempo con discorsi futili e inutili. Andando di fretta, senza soffermarsi su quello che era non urgente ma necessario in quel momento, su cui abbiamo invece sorvolato e rimandato. Giornata passata al cellulare a tracciare le solitudini, a informarsi delle vicende e delle storie, ad archiviare i dati le conoscenze. Proviamo un senso di vuoto, pur avendo vissuto un’intera giornata.
Queste ristrettezze ci hanno agitato e, per un riposo nella pace, chiedono di essere assunte, per liberarsene. Ed è vero che, se siamo stanchi, è perché non abbiamo pace. A volte non siamo in pace non a causa di ciò che ci manca ma di ciò che non siamo disposti a perdere. Perdere è uno stile di purificazione, una strada non tracciata che si intraprende con un po’ di paura. Perdere vuol dire lasciare andare le cose, perché le cose siano, anche se non con me. Perdere può essere l’atteggiamento esatto alla sera è anche questo l’insegnamento della notte: le cose dormendo si perdono.
4. Quando viene la sera

La sera ha anche i suoi sentimenti e le sue emozioni perché è arrivato il momento di separarci dalla luce del giorno. È assistere con memoria grata alla ripartizione tra la luce e le tenebre, giorno e notte la prima fondante separazione voluta da Dio come spunto e inizio di tutta quanta la creazione. Si capisce come notte e giorno non possono essere fusi e confusi.
A sera, come alla sera della vita, siamo sempre attesi da nuovi spiragli di affetto, incontro e grazia. Da qui nascono – e non possono nascondersi – i sentimenti della sera, che rivelano come siamo attesi e protesi verso l’alba. Una poesia di Turoldo ci mette a confronto con quello che si prospetta di sera, dove anche il buio non è chiusura di un sipario ma apertura a un’intensità di vita:
Solo a sera m’è dato
assistere alla deposizione
della luce, quando
la vita, ormai
senza rimedio, è perduta.
Mio convoglio funebre
di ogni notte: emigrazione
di sensi, accorgimenti
delle ore tradite, intanto
che lo spirito è rapito
sotto l’acutissimo arco
dell’esistenza: l’accompagna
una musica di indicibile
silenzio.
Invece dovere
ogni mattina risorgere
sognare sempre
impossibili itinerari.
Turoldo descrive le sensazioni che si provano la sera. La parola “deposizione” può far riferimento al fatto che la luce del sole la sera indietreggia, sparisce e lascia spazio al buio. La luce si mette da parte e noi assistiamo meravigliati a questo grande spettacolo di madre natura. Allora ci si accorge che la giornata vissuta è perduta. Perduta è quella vita che il presente ci ha offerto come dono e grazia, e ora di sera rimane come memoria. Abbiamo vissuto “incassando”, a volte sembriamo dei cestini ripieni di ogni cosa. Se alla sera pensiamo alla nostra giornata, spesso ci ritroviamo pieni di parole e di gesti, di rabbie e di rimorsi che solo un pianto riesce a liberare.
Pensi alle parole e forse ne provi vergogna, non per aver sbagliato o peccato, ma per aver dato troppo fiato e sprecato parole. Anche i gesti si perdono in questo raccoglitore di vite.
Il poeta dice che tutto è «senza rimedio». Sono senza rimedio la parola e il gesto. Quello che è detto è detto e quello che è fatto è fatto. Sia la parola sia il gesto, quando si offrono, non appartengono più a noi ma al mondo. È bello e anche un po’ fonte di timore pensare ora che tutto quello che è stato di noi in questo giorno ormai è perso, appartiene al mondo e fa la storia.
Ma la sera facciamo spazio alla nostra coscienza e inizia così la riconciliazione. Il poeta la descrive con un’immagine evocativa: «mio convoglio funebre di ogni notte». La coscienza prende consapevolezza che tutto quello che ho vissuto parte, “va in trasferta”. Il poeta sottolinea che questa riconciliazione ci spoglia, ci denuda. È proprio vero: la sera, quando nessuno ci vede, ci togliamo tutti gli abiti indossati, tutte le maschere appiccicate al volto. È la notte della purificazione. E ci sentiamo leggeri per dormire e per darci al Dio che veglia su di noi nella notte. Domani è «dovere risorgere», dice il poeta. Non per necessità ci alziamo, ma per amore e per amore rischiamo, percorrendo itinerari impossibili. Due cose emergono sul finire della poesia: l’amore che ci fa alzare e il rischio di mettersi di nuovo in gioco.
Nel salmo 4 si ripercorre lo stesso itinerario della poesia. L’orante è troppo pieno di angoscia e di offese e, invocando Dio come giustizia e liberatore, si avvia alla purificazione, quella che sola, se accettata, può farlo dormire nella pace. Infatti, in quel «subito mi addormento» (v. 9) c’è tutta la conclusione ma anche l’inizio del suo cammino interiore. Da dove inizia per arrivare ad addormentarsi subito? Quel “subito” è una parola non tanto conclusiva; ma è come se ci volesse dire che, per arrivare a dormire immediatamente, ha dovuto faticare tanto, ha dovuto liberarsi di molti pesi, ha dovuto perdonare e perdonarsi.






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