La Liturgia della Parola di questa domenica propone una riflessione sull’alleanza tra Dio e il suo popolo, rappresentata attraverso il simbolo del matrimonio. È un’immagine che esprime la forza e la profondità di un legame che vuole essere saldo e generativo.
Prima lettura: Isaia 62,1-5
Il profeta Isaia offre parole di speranza a Gerusalemme, presentandola come una città destinata a un futuro luminoso dopo un periodo di solitudine e devastazione. L’uso di termini nuziali come “sposata” e “mio compiacimento” segnala il desiderio di Dio di ricostruire una relazione autentica con il suo popolo, promettendo un tempo di prosperità e di gioia condivisa. Questo legame si basa su un impegno che restituisce dignità e senso di appartenenza.
Salmo responsoriale: Salmo 95 (96)
Il salmista invita l’intera umanità a cantare un inno nuovo, celebrando ogni giorno le meraviglie di Dio. Si tratta di un appello universale: ogni popolo è chiamato a riconoscere la grandezza di Dio. L’idea di proclamare la sua gloria non è solo una questione di parole, ma una scelta di vita che invita a rendere visibile, con i propri gesti, la bellezza e la bontà di un Dio vicino a tutti.
Seconda lettura: 1 Corinzi 12,4-11
San Paolo, scrivendo ai Corinzi, sottolinea l’importanza delle differenze all’interno della comunità. I carismi, pur diversi, hanno tutti origine dallo stesso Spirito e sono destinati a un fine comune: il bene della collettività. Questo approccio evidenzia come le differenze non siano necessariamente una fonte di conflitto, ma una risorsa che arricchisce la comunità, rendendola più forte e unita. L’immagine del corpo, in cui ogni parte ha una funzione indispensabile, sottolinea l’importanza di ogni individuo e delle sue peculiarità.
Vangelo: Giovanni 2,1-11
Con il racconto delle nozze di Cana, Giovanni ci presenta il primo segno compiuto da Gesù: la trasformazione dell’acqua in vino. Questo gesto, che risponde a una necessità concreta, ha anche un significato più profondo. Il vino nuovo rappresenta la novità di una relazione che non si esaurisce nelle difficoltà, ma trova sempre nuovi motivi di gioia e pienezza. Maria, con il suo intervento discreto ma determinante, mostra la forza dell’affidarsi e del lasciarsi guidare.
Commento
Le letture di questa domenica ci invitano a entrare nel cuore di una dinamica profonda: la trasformazione. L’immagine del vino che manca alle nozze di Cana è una rappresentazione di quelle carenze che ognuno di noi, in modi diversi, avverte nella propria vita. È proprio da questa mancanza che Gesù parte per compiere il primo dei suoi “segni”. Giovanni non parla di “miracoli” come gli altri evangelisti, ma di “segni”, cioè gesti che svelano una realtà più grande, offrendo una prospettiva nuova su ciò che accade.
L’acqua trasformata in vino è un annuncio della capacità di Gesù di dare significato e pienezza a ciò che appare vuoto o insufficiente. Come nelle due manifestazioni del Signore da poco celebrate – l’Epifania e il Battesimo – anche qui emerge il tratto centrale della rivelazione: Dio si manifesta nell’umanità di Gesù, in gesti e contesti ordinari. A Betlemme, il segno è un bambino fragile; al Giordano, un uomo in fila tra i peccatori; a Cana, un aiuto concreto perché una festa non venga rovinata. Tutto questo invita a riconoscere la presenza di Dio nelle pieghe della vita quotidiana, anche quando sembra mancare qualcosa di essenziale.
La scena delle nozze è densa di significati simbolici, ma al contempo profondamente umana: una festa, la gioia condivisa, il vino come elemento essenziale della convivialità. Proprio in questo contesto Gesù interviene, non per sostituire ciò che c’era prima, ma per rinnovarlo. Il “vino buono”, servito alla fine, non è altro che la stessa realtà di sempre, ma trasformata e rivelata nella sua eccellenza. Questo segno richiama l’intera storia dell’alleanza: un Dio che accompagna il suo popolo, donando non qualcosa di nuovo e diverso, ma restituendo sapore e profondità al cammino già intrapreso.
Maria, figura centrale nel racconto, è colei che si accorge per prima della mancanza e si affida con discrezione alla capacità di Gesù di intervenire. Il suo gesto non è solo un esempio di fiducia, ma un invito a imparare a leggere la realtà con occhi attenti, a riconoscere i bisogni prima ancora che diventino evidenti. I discepoli, d’altra parte, rappresentano la risposta alla rivelazione: attraverso il segno, si aprono alla fede. Maria e i discepoli, insieme, sono immagine della Chiesa, che invita tutti i riconoscere in Gesù colui che può trasformare il pienezza i nostri vuoti, e che si adopera con generosità perché questo avvenga. È un processo, quindi, che coinvolge anche noi, chiamati a vedere oltre l’evidenza, scoprendo nei gesti della quotidianità i segni di una presenza che trasforma.
Il tema della mancanza, infine, tocca un nodo centrale dell’esperienza umana: ciò che ci sembra assente può diventare occasione di cambiamento e di crescita. Nel momento in cui lasciamo spazio all’azione di Cristo, ciò che manca diventa un punto di partenza, non di arrivo. La fede non è un rifugio contro il vuoto, ma uno sguardo che permette di intravedere, anche nelle assenze, la possibilità di una vita più piena e autentica.






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