Continua il nostro viaggio lungo le pagine del Salterio. Ci siamo confrontati questa settimana, con il Salmo 88. Ecco la traccia che abbiamo seguito per il nostro incontro.

Il Salmo 88 è uno dei testi più intensi e cupi dell’intero Salterio, spesso descritto come “la più tenebrosa delle lamentazioni salmiche”. Con un linguaggio vivido e una struttura articolata, il salmo ci conduce in un’esplorazione profonda del dolore umano, dell’abbandono e del mistero del silenzio divino. Attraverso l’esperienza di un orante che si sente già immerso nello Sheol, il regno dei morti, emergono interrogativi radicali sulla condizione umana e sulla relazione con Dio. Nonostante l’assenza di risposte definitive, il Salmo 88 lascia trasparire una tensione verso la speranza, che si manifesta nella persistenza della preghiera.

Canto. Salmo. Dei figli di Core. Al maestro del coro. Sull’aria di «Macalàt leannòt». Maskil. Di Eman, l’Ezraita.
2Signore, Dio della mia salvezza,
davanti a te grido giorno e notte.
3Giunga fino a te la mia preghiera,
tendi l’orecchio alla mia supplica.
4Io sono sazio di sventure,
la mia vita è sull’orlo degli inferi.
5Sono annoverato fra quelli che scendono nella fossa,
sono come un uomo ormai senza forze.
6Sono libero, ma tra i morti,
come gli uccisi stesi nel sepolcro,
dei quali non conservi più il ricordo,
recisi dalla tua mano.
7Mi hai gettato nella fossa più profonda,
negli abissi tenebrosi.
8Pesa su di me il tuo furore
e mi opprimi con tutti i tuoi flutti.
9Hai allontanato da me i miei compagni,
mi hai reso per loro un orrore.
Sono prigioniero senza scampo,
10si consumano i miei occhi nel patire.
Tutto il giorno ti chiamo, Signore,
verso di te protendo le mie mani.
11Compi forse prodigi per i morti?
O si alzano le ombre a darti lode?
12Si narra forse la tua bontà nel sepolcro,
la tua fedeltà nel regno della morte?
13Si conoscono forse nelle tenebre i tuoi prodigi,
la tua giustizia nella terra dell’oblio?
14Ma io, Signore, a te grido aiuto
e al mattino viene incontro a te la mia preghiera.
15Perché, Signore, mi respingi?
Perché mi nascondi il tuo volto?
16Sin dall’infanzia sono povero e vicino alla morte,
sfinito sotto il peso dei tuoi terrori.
17Sopra di me è passata la tua collera,
i tuoi spaventi mi hanno annientato,
18mi circondano come acqua tutto il giorno,
tutti insieme mi avvolgono.
19Hai allontanato da me amici e conoscenti,
mi fanno compagnia soltanto le tenebre. (Sal 88,1-19)

Una struttura che amplifica l’angoscia

Il Salmo 88 si distingue per la sua struttura litanica, articolata in tre sezioni che accrescono progressivamente il senso di oppressione.

Il testo si apre con un appello al lamento (vv. 2-3), in cui l’orante si rivolge a Dio definendolo “Dio della mia salvezza”. Questo esordio, pur convenzionale, anticipa la tensione irrisolta del salmo: da un lato, l’orante riconosce Dio come salvatore; dall’altro, si sente abbandonato. È un grido che si leva “giorno e notte”, senza ottenere risposta.

Nel corpo centrale (vv. 4-19), il salmista approfondisce la descrizione della sua sofferenza. La prima parte, il “canto del sepolcro” (vv. 4-8), descrive una condizione di morte anticipata: l’orante si sente già immerso nello Sheol, un luogo di tenebre e oblio. La seconda parte, il “canto della solitudine” (vv. 9-19), denuncia l’isolamento dell’orante, abbandonato dagli amici e respinto persino da Dio. Questa sezione include due strofe: una focalizzata sul silenzio del sepolcro, dove i morti non possono lodare Dio (vv. 10b-14), e l’altra sul silenzio divino, percepito come un rifiuto (vv. 15-18).

Il salmo si conclude con un’immagine di desolazione assoluta (v. 19): l’orante è lasciato solo, circondato dalle tenebre. Non c’è alcuna risoluzione o speranza esplicita, solo un abisso di angoscia che resta aperto.

Un lamento senza conforto

Il Salmo 88 appartiene al genere del lamento individuale, ma si distingue per la totale assenza di elementi di conforto o speranza che caratterizzano altri testi simili. Non ci sono espressioni di ringraziamento o lode, né una richiesta di giustizia divina. Questo lo rende un unicum nel Salterio, un vertice nella descrizione della sofferenza umana. L’orante non riceve risposte, ma continua a rivolgersi a Dio, mostrando una fede che persiste anche nella disperazione.

Simbologia dello Sheol

Lo Sheol è il simbolo dominante del Salmo 88, descritto come un regno oscuro e opprimente, il luogo dell’assenza di vita e relazione. L’orante si percepisce già come un abitante di questo regno, utilizzando un linguaggio funebre per descrivere la propria condizione. I simboli principali includono:

  • Sheol: il regno dei morti, uno spazio di separazione totale dalla vita e dalla comunione con Dio.
  • Fossa e sepolcro: luoghi di reclusione e decomposizione, simboli dell’oblio e dell’annullamento.
  • Tenebre: immagini che evocano isolamento e perdita di speranza.
  • Acque caotiche: metafora del caos primordiale, che simboleggia la forza distruttrice della morte.
  • Ira divina: percepita come una tempesta che abbatte l’orante, aggiungendo una dimensione teologica al suo dolore.

Questi simboli si intrecciano per creare un quadro complesso della condizione umana di fronte al dolore, al silenzio divino e alla consapevolezza della mortalità.

Lo Sheol come esperienza esistenziale

Nel Salmo 88, lo Sheol non è solo una destinazione futura, ma una condizione vissuta nel presente. L’orante si sente già “considerato tra quelli che scendono nella fossa” (v. 5), un “uomo senza forze”. Questa percezione trasforma lo Sheol in una metafora della morte in vita: una condizione di isolamento sociale e spirituale che priva l’individuo della vitalità e della speranza.

L’assenza di relazioni umane è particolarmente evidente: l’orante lamenta che gli amici lo evitano e i conoscenti lo abbandonano. Questo isolamento si combina con il silenzio di Dio, che sembra aver ritirato il suo volto, amplificando il senso di abbandono. Lo Sheol diventa così uno spazio esistenziale di angoscia e solitudine, una realtà che travolge ogni aspetto della vita.

La relazione tra Dio e l’orante nel Salmo 88

Il rapporto tra Dio e l’orante nel Salmo 88 è carico di tensione. L’orante accusa Dio di essere responsabile della sua sofferenza: “Mi hai posto nella fossa sotterranea” (v. 7), “Sopra di me sono passati i tuoi furori” (v. 16). Questa accusa non è un rifiuto, ma un appello disperato, che mostra quanto l’orante continui a coinvolgere Dio nella propria esperienza.

Nonostante il silenzio divino, l’orante non smette di pregare. Questo paradosso – invocare un Dio percepito come assente – è una delle caratteristiche più straordinarie del salmo. La preghiera incessante rivela una fede che persiste anche nell’assenza di risposte, una resistenza silenziosa che rifiuta di accettare l’abbandono come ultima parola.

Speranza come resistenza al nulla

A prima vista, il Salmo 88 sembra privo di speranza. Tuttavia, la persistenza dell’orante nel rivolgersi a Dio suggerisce un tenue filo di attesa. Questo filo non si basa su una certezza esplicita, ma sulla convinzione che Dio, anche nel silenzio, rimanga un interlocutore valido.

Nei versetti 11-13, l’orante interroga Dio con una serie di domande retoriche: “Forse i morti cantano le tue lodi? Forse nel sepolcro si narra la tua fedeltà?” Queste domande non esprimono solo disperazione, ma anche il desiderio che Dio agisca prima che sia troppo tardi. In questo modo, il salmo suggerisce che, nonostante tutto, esiste una possibilità di salvezza, anche se non immediatamente visibile.

Lo Sheol come simbolo universale

Lo Sheol, nel Salmo 88, assume una dimensione universale, diventando un simbolo dell’esperienza umana di fronte al dolore, alla solitudine e al mistero della morte. Non è solo un luogo fisico, ma uno spazio concettuale dove si intrecciano le paure più profonde dell’essere umano. Questa interpretazione rende il Salmo 88 straordinariamente attuale, capace di parlare a chiunque si sia trovato a confrontarsi con il silenzio di Dio o con la sensazione di essere abbandonato.

Conclusione

Il Salmo 88 ci offre un’immagine potente e drammatica della condizione umana, esplorando i temi del dolore, del silenzio divino e della speranza che persiste anche nelle tenebre più profonde. Attraverso la sua struttura unica e la sua ricca simbologia, il salmo invita a confrontarsi con il mistero dello Sheol, non come una realtà lontana, ma come un’esperienza esistenziale che tocca tutti. Sebbene non offra risposte consolatorie, il Salmo 88 testimonia la forza della fede, che resiste anche quando tutto sembra perduto. È un testo che sfida, consola e illumina, rivelando che, anche nel buio più profondo, la preghiera può continuare a risuonare.


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