di Concetta Bruno e Francesco Gentile
Etty Hillesum, scrittrice ebrea olandese vissuta durante gli anni bui della Seconda Guerra Mondiale, rappresenta una delle figure più toccanti e ispiratrici della storia recente. La sua vita, inevitabilmente intrecciata con le atrocità della Shoah, è stata segnata da profonde sofferenze e privazioni.
Tuttavia, ciò che colpisce maggiormente è la sua straordinaria forza d’animo e la sua incrollabile fede in Dio, che l’hanno accompagnata anche nei momenti più difficili.
Attraverso i suoi scritti, Etty ci trasmette un esempio di coraggio, dimostrando che è possibile trovare amore e speranza anche in mezzo alle avversità più inimmaginabili.
La sua storia è un potente invito a non lasciarsi sopraffare dall’odio, ma a cercare sempre la bellezza e il significato della vita, anche quando tutto sembra perduto.
Breve biografia di Etty Hillesum
Etty (Esther) Hillesum nasce il 15 gennaio 1914 a Middelburg, nei Paesi Bassi, in una famiglia ebrea benestante. Il padre era insegnante di greco e latino, mentre la madre, di origine russa, si era trasferita nei Paesi Bassi per sfuggire ai pogrom.
La famiglia si trasferisce a Deventer, dove Etty vive un’infanzia serena insieme ai fratelli Mischa e Jaap. Mischa era un pianista prodigio che già a sei anni si esibiva in pubblico, mentre Jaap si distinse in ambito medico.
Etty studia giurisprudenza e successivamente letteratura slava presso l’Università di Amsterdam, laureandosi nel 1939. Durante gli anni universitari, sviluppa anche un interesse per la psicologia e la filosofia. Dopo la laurea, lavora come assistente sociale e conduce una vita ricca di relazioni e attività culturali.
Nel 1941, Etty incontra Julius Spier, un psicochirologo tedesco rifugiato ad Amsterdam. Questo incontro segna una svolta nella sua vita: Spier la guida in un percorso di crescita interiore e spirituale, incoraggiandola a esplorare la sua interiorità attraverso la scrittura. Su consiglio di Spier, Etty inizia a scrivere il suo diario, in cui documenta i suoi pensieri più intimi, le sue emozioni e la consapevolezza crescente della tragedia che sta colpendo il popolo ebraico.
Nel 1942, di fronte alla persecuzione nazista, Etty decide di non fuggire, ma di condividere il destino del suo popolo. Si offre volontaria come assistente sociale presso l’ospedale del campo di transito di Westerbork, un luogo che diventa centrale nella sua opera di testimonianza.
Durante il periodo a Westerbork, Etty continua a scrivere il diario e lettere, in cui emerge la sua fede, la forza interiore e la compassione per chi la circonda.
Il 7 settembre 1943, Etty viene deportata con la sua famiglia ad Auschwitz. Durante il viaggio, lancia una cartolina dal treno, indirizzata a un’amica, con un messaggio di speranza.
Etty Hillesum muore ad Auschwitz all’età di 29 anni.
Gli scritti di Etty Hillesum
Il diario di Etty Hillesum, scritto tra il 1941 e il 1943, è un’opera che prende forma in un periodo di grande tumulto per l’Europa e, in particolare, per il popolo ebraico. Etty inizia a scrivere nel 1941, poco dopo aver intrapreso una terapia con Julius Spier, psicochirologo tedesco rifugiato ad Amsterdam. Questo incontro rappresenta una svolta fondamentale nella sua vita: Spier la guida in un percorso di ricerca spirituale e di introspezione profonda, incoraggiandola probabilmente a tenere un diario come strumento di crescita personale.
Il contesto storico della persecuzione nazista contro gli ebrei è lo sfondo costante delle riflessioni di Etty. Le sue pagine documentano il progressivo restringersi degli spazi di libertà per gli ebrei olandesi: dall’obbligo di indossare la stella di David alle deportazioni, fino alla crescente atmosfera di paura e oppressione che pervade la comunità ebraica di Amsterdam. Etty osserva con lucidità gli eventi che la circondano, registrando episodi di discriminazione e raccontando le storie di coloro che vengono strappati alla vita quotidiana.
Nonostante l’orrore che la circonda, il diario di Etty è permeato da una straordinaria forza d’animo e da una fiducia incrollabile. Piuttosto che lasciarsi sopraffare dalla disperazione, Etty sceglie di abbracciare la vita con amore. Anche quando si ritrova nel campo di transito di Westerbork, continua a scrivere, trovando nella scrittura un modo per dare senso alla sua esperienza e per preservare la propria umanità.
Il curatore olandese del diario, Jan Geurt Gaarlandt, nella sua introduzione afferma che Etty Hillesum scrisse un contro-dramma, relativo alla sua liberazione individuale nel contesto del dramma dello sterminio nazista del popolo ebraico. Lei passò da una situazione di: “Paura di vivere su tutta la linea. Cedimento completo. Mancanza di fiducia in me stessa. Repulsione. Paura» a una nuova consapevolezza di distacco dai beni materiali, di decantazione delle esperienze vissute, di valorizzazione dei gesti quotidiani:
Bene, accetto questa nuova certezza: vogliono il nostro totale annientamento. Ora lo so. Non darò fastidio con le mie paure, non sarò amareggiata se gli altri non capiranno cos’è in gioco per noi ebrei. […] Continuo a lavorare e a vivere con la stessa convinzione e trovo la vita ugualmente ricca di significato (3 luglio ’42).
Nel suo percorso di ricerca personale la Hillesum instaurò un particolare atteggiamento verso la vita, che il curatore del Diario definisce altruismo radicale, nel tentativo di «aiutare Dio il più possibile», abbandonarsi in lui senza la necessità di riconoscersi in una specifica confessione di fede.
Oltre al diario, le lettere scritte da Etty durante la sua permanenza a Westerbork offrono un quadro ancora più intimo della sua esistenza. Questi scritti descrivono non solo le difficoltà quotidiane del campo – come la paura, la fatica e le preoccupazioni per la sua famiglia e i suoi amici – ma anche i momenti di gioia e speranza che Etty riesce a trovare persino in un contesto così terribile.
Le lettere testimoniano il suo sforzo costante di rimanere un punto di riferimento per chi le sta accanto, offrendo conforto e solidarietà.
Il percorso di fede di Etty Hillesum
Etty Hillesum si presenta inizialmente come una giovane donna inquieta, alla ricerca di senso e direzione nella vita. Nei suoi scritti, Etty descrive la sua “irrequietezza creativa” come una forza dirompente, quasi sacra, che la spinge a esprimersi attraverso la scrittura. Nel brano del 4 luglio 1941, confessa il suo bisogno di dare forma ai pensieri e alle emozioni, di trovare la sua voce e di mettere ordine nel caos interiore.
4 luglio [’41] Sono agitata, di una bizzarra, diabolica irrequietezza che potrebbe anche essere produttiva se sapessi che farmene: è un’irrequietezza creativa, non fisica – neppure una dozzina di appassionate notti d’amore potrebbe placarla. E quasi una irrequietezza sacra. Mio Dio, prendimi nella tua grande mano e fammi tuo strumento, fa‘ che io possa scrivere!
Questa irrequietezza si presenta come un riflesso del suo disagio esistenziale e della difficoltà di trovare un equilibrio tra il mondo interiore e la realtà esterna. Etty si sente frammentata, percepisce l’assenza di Dio nella sua vita e arriva a mettere tutto in discussione.
La ricerca di chiarezza e armonia tra interno ed esterno diventa un tema centrale nei suoi scritti. Etty descrive sé stessa come una “pattumiera” piena di “vanità, irresolutezza, senso di inferiorità”, ma allo stesso tempo aspira con passione a una chiarezza e armonia che la spingono a confrontarsi con il mondo e con sé stessa. Scrive di sentirsi oppressa dalla difficoltà di conciliare queste dimensioni, ma riconosce che affrontare tali sfide è un passo necessario per crescere.
Il punto di svolta nel percorso di Etty avviene con l’incontro di Julius Spier, che diventa per lei più di un terapeuta: è una guida spirituale che la incoraggia a esplorare il proprio mondo interiore e a dare forma al caos che la caratterizza. Spier aiuta Etty a riconoscere le sue potenzialità, insegnandole a non cercare la verità nei libri, ma dentro di sé. Grazie a Spier, Etty inizia a confrontarsi con i suoi problemi con serietà e onestà. Egli la spinge ad accettarsi per quello che è e a vedere nelle crisi depressive un’opportunità per comprendere meglio la sofferenza, non solo la propria ma anche quella degli altri.
Questo approccio diventa per Etty una base per sviluppare una più profonda empatia e una nuova visione della vita. Etty impara a vedere il proprio percorso come una ricerca di verità e di senso, trasformando il suo disagio in uno strumento di crescita, inizia ad accettare sé stessa e riconosce che la fedeltà verso di sé è il presupposto per essere fedeli agli altri.
La particolare figura di fede che si sviluppa in Etty Hillesum si manifesta come una scoperta graduale e profondamente personale di una “sorgente molto profonda” dentro di sé, in cui riconosce la presenza di un “Dio vicino, dentro di sé”. Questa idea rappresenta il fulcro della sua spiritualità:
26 agosto ’41. Dentro di me c’è una sorgente molto profonda. E in quella sorgente c’è Dio. A volte riesco a raggiungerla, più sovente essa è coperta da pietre e sabbia: allora Dio è sepolto. Allora bisogna dissotterrarlo di nuovo. M’immagino che certe persone preghino con gli occhi rivolti al cielo: esse cercano Dio fuori di sé. Ce ne sono altre che chinano il capo nascondendolo fra le mani, credo che cerchino Dio dentro di sé.
Il percorso di Etty non è immediato né concettuale, ma nasce da un’introspezione profonda e da un confronto continuo con sé stessa e con il mondo. Cresciuta in una famiglia ebrea secolarizzata, senza un’educazione religiosa tradizionale, Etty sviluppa la sua fede in modo autonomo, guidata dal desiderio di trovare un senso nella propria esistenza. Il suo Dio non è un’entità esterna a cui aderire formalmente, ma una presenza intima che emerge attraverso l’esperienza e la riflessione.
Un’immagine ricorrente nei suoi scritti è quella del processo di “disseppellire Dio” dalle “macerie”. Etty riconosce che la società in cui vive ha contribuito ad allontanarla dalla dimensione spirituale. Tuttavia, attribuisce anche alle sue paure, insicurezze e preoccupazioni egoistiche il ruolo di barriere tra lei e Dio. L’anima e il mondo circostante sono costantemente in dialogo, come i due fuochi di un unico percorso di maturazione interiore.
La preghiera di Etty Hillesum
La preghiera, inizialmente estranea alla mentalità razionale e critica di Etty Hillesum, diventa gradualmente una componente fondamentale della sua vita spirituale. Questo cambiamento è emblematicamente sintetizzato dal suo desiderio di scrivere un racconto intitolato “La ragazza che non sapeva inginocchiarsi” e dalla successiva scoperta del valore del raccoglimento e del dialogo interiore con Dio.
All’inizio del suo percorso, Etty si presenta come una giovane donna profondamente influenzata dalla sua formazione intellettuale e razionale. La preghiera, con la sua dimensione di mistero e abbandono, appare distante dalla sua visione del mondo. L’atto stesso di inginocchiarsi, simbolo di fede e sottomissione, le sembra estraneo e lontano dalle sue convinzioni.
Grazie al dialogo con Spier e alla scoperta di una “sorgente molto profonda” dentro di sé, Etty comincia a riconoscere la presenza di Dio come qualcosa di intimo e personale. La preghiera diventa allora un dialogo autentico, non un rituale formale, ma un mezzo per connettersi alla sua “casa interiore”, un luogo di raccoglimento e ascolto profondo. Un bisogno essenziale, un mezzo per esprimere il suo dolore, le sue paure, le sue speranze, ma anche la sua gratitudine per la bellezza e l’amore che riesce a percepire, persino in mezzo alla tragedia. Etty non prega per ottenere miracoli o favori, ma per trovare forza e serenità di fronte alle difficoltà, per mantenere viva la speranza e per continuare ad amare in un mondo segnato dall’odio e dalla violenza.
L’immagine di Etty che si inginocchia nella sua stanza, nel silenzio della notte, diventa il simbolo della sua trasformazione interiore. Da “ragazza che non sapeva inginocchiarsi”, Etty scopre il valore della preghiera come momento di raccoglimento, di ascolto interiore e di dialogo con Dio. Questo gesto diventa per lei un atto di liberazione e autenticità.
La scoperta della preghiera non elimina i dubbi e le incertezze di Etty. La sua fede non è statica, ma un cammino continuo di ricerca e crescita. Etty continua a interrogarsi e a mettere in discussione, ma la preghiera diventa un punto fermo nel suo percorso spirituale.
Amore per la vita
Per Etty, l’amore non è un ideale astratto, ma una forza concreta e tangibile che permea ogni aspetto della sua esistenza, anche nelle circostanze più difficili. L’amore per la vita in tutte le sue manifestazioni è uno dei tratti distintivi del suo pensiero. Anche nel mezzo della tragedia della Shoah, Etty non si lascia sopraffare dalla disperazione. Al contrario, riesce a celebrare la bellezza del mondo, a trovare gioia nei piccoli gesti quotidiani e a coltivare la sua “irrequietezza creativa”.
11 luglio ’42. La vita e la morte, il dolore e la gioia, le vesciche ai piedi estenuati dal camminare e il gelsomino dietro la casa, le persecuzioni, le innumerevoli atrocità, tutto, tutto è in me come un unico, potente insieme, e come tale lo accetto e comincio a capirlo sempre meglio.
Queste parole esprimono la sua straordinaria capacità di accogliere la vita nella sua totalità, con le sue luci e le sue ombre, e di vedere in essa la presenza di Dio, anche nelle esperienze più dolorose.
L’amore per gli altri è una naturale estensione di questo amore per la vita. Etty si sente profondamente connessa all’umanità, condivide le sofferenze del suo popolo e vede in ogni individuo, persino nei suoi persecutori, un essere umano degno di amore e compassione. Questa visione trova la sua espressione più alta durante la sua esperienza a Westerbork, il campo di transito olandese dove ha lavorato come assistente sociale. In un ambiente dominato dalla desolazione, Etty sceglie di non abbandonare i suoi compagni di prigionia, ma di condividere il loro destino, portando conforto e speranza attraverso la sua presenza. Nel suo diario riflette:
Bisogna preservare dal male la nostra anima. Si è solitamente preoccupati per il proprio corpo, per la propria vita fisica, mentre lo spirito è dimenticato, accantonato, forse avvizzito in qualche angolino … Una volta che l’amore per tutti gli uomini comincia a svilupparsi in noi, diventa infinito.
Per Etty, l’amore è l’unica forza in grado di contrastare l’odio e di vincere il male. Anche la natura gioca un ruolo fondamentale nella sua visione. Nel caos della guerra, la natura diventa per Etty un rifugio e una fonte di ispirazione, un luogo in cui ritrovare serenità e armonia. La contemplazione del cielo, il canto degli uccelli e il profumo dei fiori rappresentano per lei un legame con la bellezza e la bontà del creato, un ricordo della presenza di Dio. Anche a Westerbork, in mezzo alla brutalità e alla desolazione, Etty cerca e trova frammenti di bellezza nella natura, come testimonia un passaggio del suo diario:
Sono quotidianamente in Polonia, su quelli che si possono ben chiamare dei campi di battaglia […], ma sono anche vicina al gelsomino e a quel pezzo di cielo dietro la mia finestra, in una vita c’è posto per tutto.
Questa capacità di trovare spazio per il bello anche nel dolore rivela una fede radicata nella speranza e nella gratitudine. Etty non si illude sulla natura umana. È profondamente consapevole che il male è una realtà presente in ognuno di noi e che anche le persone più buone sono capaci di azioni crudeli. Tuttavia, questa consapevolezza non la conduce al cinismo o alla disperazione, ma alla compassione e alla comprensione.
Nel suo diario scrive: “Bisogna imparare a sopportare il dolore perché il dolore c’è, è parte della vita, pretende il suo spazio e i suoi diritti”. Etty accetta il dolore e il male come parti integranti dell’esperienza umana, riconoscendo che la vera lotta contro il male non si svolge contro un nemico esterno, ma dentro di sé. La sua convinzione è che il cambiamento del mondo debba partire dal cambiamento interiore di ogni individuo. Per questo si impegna a non cedere all’odio e al rancore, a non lasciarsi avvelenare dal male e a continuare a coltivare l’amore e la speranza.
Questa visione trova una delle sue espressioni più potenti quando Etty scrive: “Combattere l’odio, si intenda, non è cosa semplice: a combattere contro il mostro bisogna guardarsi dal non diventare mostro.” La consapevolezza di questo rischio evidenzia la sua lucidità e la sua profonda integrità morale. Per Etty, amare e mantenere la propria umanità anche nei momenti più bui è l’unica risposta possibile al male.
In sintesi, su cosa è basata la capacità di resistenza di Etty?
- Rifiuto dell’odio
- Ricerca del bene
- Conservazione dell’umanità
Questa triade caratterizza la sua postura umana, come la risposta che gradualmente matura in lei profondamente immersa in se stessa e al contempo nel momento storico che vive.
Trovo bella la vita, e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è difficile, ma non è grave. Dobbiamo prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà allora da sé: e ”lavorare sé stessi” non è proprio una forma di individualismo malaticcio. Una pace futura potrà esser veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in sé stesso – se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore se non è chiedere troppo. È l’unica soluzione possibile. E così potrei continuare per pagine e pagine. Quel pezzetto d’eternità che ci portiamo dentro può esser espresso in una parola come in dieci volumi. Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell’anno del Signore ’42, l’ennesimo anno di guerra.
Il silenzio di Dio
Etty affronta le domande radicali sul silenzio di Dio in un modo estremamente originale. Il male che la circonda non riesce a diventare un’ostacolo insormontabile per accorgersi della presenza di Dio, né un pretesto per ribellarsi. Al contrario, Etty accetta la realtà con lucidità e coraggio, trovando nella sua fede, che ha la fisionomia del tutto personale che abbiamo già descritto, un sostegno per non cedere alla disperazione.
Questo atteggiamento riflette una spiritualità che non cerca risposte (solo) razionali al dolore, ma che si fonda sull’accettazione e sull’impegno a trasformare l’odio in amore.
La spiritualità di Etty è stata descritta come una forma di misticismo pratico. In questa visione, Dio non è un’entità che interviene per salvare l’umanità eliminando il male, ma una presenza interiore che l’uomo “deve aiutare il più possibile”. Per Etty, questa collaborazione con Dio si traduce in un atto di amore e di servizio, in cui la sua stessa vita diventa un’offerta per alleviare le sofferenze degli altri.
Questa convinzione la porta a impegnarsi attivamente, non solo attraverso la preghiera, ma anche con gesti concreti di conforto e sostegno a chi le sta accanto, persino nel contesto estremo del campo di Westerbork.
La sua preghiera non è mai un rifugio o una richiesta di miracoli, ma un dialogo costante con Dio, attraverso il quale Etty attinge forza dalla “sorgente” interiore che la nutre e la sostiene.
11 luglio ’42. Che mi prende in questo momento? Una gioia così leggera, quasi scherzosa? Ieri è stato un giorno pesante, molto pesante; ho dovuto soffrire molto dentro di me, ma ho assorbito tutte le cose che mi sono precipitate addosso, e mi sento già in grado di sopportare qualcosa in più. Probabilmente questa serenità, questa pace interiore mi vengono dalla coscienza di sapermela cavare da sola ogni volta, dalla constatazione che il mio cuore non s’inaridisce per l’amarezza, che i momenti di più profonda tristezza e persino di disperazione mi lasciano tracce positive, mi rendono più forte. Non mi faccio molte illusioni su come le cose stiano veramente e rinuncio persino alla pretesa di aiutare gli altri, partirò sempre dal principio di aiutare Dio il più possibile e se questo mi riuscirà, bene, allora vuol dire che saprò esserci anche per gli altri. Ma su questo punto non dobbiamo farci delle illusioni eroiche.
Un aspetto centrale della spiritualità di Etty è la sua capacità di accettare il dolore come parte integrante dell’esistenza umana. Nei suoi scritti non si ribella al dolore, ma lo accoglie come una realtà da integrare nella vita, da comprendere e trasformare. Questa accettazione non è passiva, ma rappresenta una scelta consapevole di affrontare la sofferenza con dignità e di utilizzarla come un mezzo per crescere spiritualmente.
Scrive nel suo diario che “bisogna imparare a sopportare il dolore”, riconoscendo che esso è inevitabile e che solo affrontandolo si può scoprire una nuova profondità interiore. Parallelamente, Etty sviluppa una straordinaria capacità di trasformare l’odio in amore. Invece di cedere al rancore verso i suoi persecutori, Etty sceglie di vedere in ogni individuo, anche nel nemico, un essere umano degno di compassione. Questa visione, apparentemente utopica, è in realtà un atto di resistenza spirituale al male, una risposta consapevole e decisa nei confronti dell’odio. Per lei, l’odio è una forza corrosiva che non solo distrugge gli altri, ma avvelena l’anima di chi lo prova. Al contrario, l’amore e la compassione diventano le armi più potenti per opporsi alla disumanità, un modo per mantenere intatta la propria umanità anche in mezzo alla barbarie.
Ciò che attendiamo da un altro, dunque dall’esterno, lo abbiamo inconsciamente dentro di noi. Anziché attenderlo dall’esterno, dobbiamo svilupparlo dentro di noi, acquistandone consapevolezza. L’anima non ha legami temporali, è eterna. Bisogna sprofondare in essa, innalzarla alla coscienza, ovvero svilupparsi. L’uomo riceve l’anima da amministrare (vedi 2 Cor 5,5) e deve amministrarla bene; vivere con le forze della propria anima, esserne vivificato. Arrabbiarsi ed essere scontenti non è produttivo; soffrire davvero per qualcosa è produttivo, e precisamente perché nella scontentezza, nell’arrabbiarsi c’è una passività attiva, mentre nella vera sofferenza c’è un’attività passiva. La passività attiva della scontentezza consiste nella resistenza, nella rivolta con cui ci opponiamo a qualcosa di irrevocabile, per cui le restanti energie della persona si paralizzano. L’attività passiva nel caso della vera sofferenza consiste nel nostro accettare e sopportare qualcosa di irrevocabile, e proprio così si liberano nuove forze.
La dedizione di Etty al servizio degli altri è forse l’aspetto più evidente del suo impegno spirituale. Durante la sua permanenza a Westerbork, Etty si dedica con amore e compassione ai suoi compagni di prigionia, cercando di alleviare le loro sofferenze sia fisiche che spirituali. Questo impegno nasce dalla convinzione che preservare l’anima dal male sia più importante che proteggere il corpo, e che ogni piccolo gesto di cura e attenzione possa fare la differenza in un contesto di disperazione. Anche nel mezzo della desolazione, Etty non smette di portare conforto, speranza e una parola gentile a chi ne ha bisogno, incarnando l’idea che l’amore per il prossimo sia la più alta forma di fede.
… Più tardi qualcuno mi raccontò che quello stesso giorno aveva visto alcuni monaci camminare in fila tra due baracche scure nel crepuscolo, mentre dicevano il rosario con la stessa imperturbabilità con cui avrebbero recitato le preghiere nei corridoi del loro convento. E non è forse vero che si può pregare dappertutto, in una baracca di legno come in un convento di pietra – come pure in ogni luogo di questa terra su cui Dio, in tempi agitati, decide di scaraventare le creature fatte a sua immagine e somiglianza? Coloro a cui è toccato lo snervante privilegio di poter rimanere a Westerbork «fino a nuovo ordine», corrono un grave rischio morale: quello di diventare apatici e insensibili. Il dolore umano di cui siamo stati testimoni in questi ultimi sei mesi, e al quale assistiamo ancora ogni giorno, è più di quanto un individuo sia in grado di assorbire in un periodo così limitato. Del resto, lo sentiamo dire quotidianamente intorno a noi, e in tutti i modi immaginabili: «Non vogliamo pensare, non vogliamo sentire, vogliamo dimenticare il più in fretta possibile». E questo mi sembra molto pericoloso. Certo, accadono cose che un tempo la nostra ragione non avrebbe creduto possibili. Ma forse possediamo altri organi oltre alla ragione, organi che allora non conoscevamo, e che potrebbero farci capire questa realtà sconcertante. Io credo che per ogni evento l’uomo possieda un organo che gli consente di superarlo. Se noi dai campi di prigionia, ovunque siano nel mondo, salveremo i nostri corpi e basta, sarà troppo poco. Non si tratta infatti di conservare questa vita a ogni costo, ma di come la si conserva. A volte penso che ogni nuova situazione, buona o cattiva, possa arricchire l’uomo di nuove prospettive. E se noi abbandoniamo al loro destino i duri fatti che dobbiamo irrevocabilmente affrontare – se non li ospitiamo nella nostra mente e nel nostro cuore, per farli decantare e divenire fattori di crescita e di comprensione -, allora non siamo una generazione vitale. Certo, non è così semplice, e forse meno che mai per noi ebrei; ma se non sapremo offrire al mondo impoverito del dopoguerra nient’altro che i nostri corpi salvati a ogni costo – e non un nuovo senso delle cose, attinto dai pozzi più profondi della nostra miseria e disperazione -, allora sarà troppo poco. Dai campi stessi dovranno irraggiarsi nuovi pensieri, nuove conoscenze dovranno portar chiarezza oltre i recinti di filo spinato, e congiungersi con quelle che là fuori ci si deve ora conquistare con altrettanta pena, e in circostanze che diventano quasi altrettanto difficili. E forse allora, sulla base di una comune e onesta ricerca di risposte chiarificatrici su questi avvenimenti inspiegabili, la vita sbandata potrà di nuovo fare un cauto passo avanti. Per questo mi sembrava così pericoloso sentir ripetere: «Non vogliamo pensare, non vogliamo sentire, la cosa migliore è diventare insensibili a tutta questa miseria». Come se il dolore – in qualunque forma si presenti a noi – non facesse ugualmente parte dell’esistenza umana.
L’amore rivoluzionario di Etty Hillesum
La scelta di Etty Hillesum di vivere l’amore per il prossimo come espressione concreta della sua fede si rivela con una chiarezza straordinaria nella sua decisione di non fuggire dalla persecuzione nazista e di condividere il destino del suo popolo. In un’epoca in cui il male e la disumanità sembravano trionfare, Etty rifiuta di cercare la salvezza personale, preferendo restare accanto ai suoi compagni di sventura. La sua scelta di offrirsi come assistente sociale nel campo di transito di Westerbork diventa il simbolo della sua dedizione a un’umanità che il regime nazista cercava di annientare.
La convinzione che l’amore sia una forza rivoluzionaria emerge chiaramente nelle sue lettere. Scrive che persino in un luogo come Westerbork, luogo di sofferenza e desolazione, possono nascere amicizie profonde che durano una vita intera. In un’altra lettera, Etty descrive l’amore per il prossimo come un “ardore elementare che alimenta la vita”. Queste parole testimoniano la sua profonda convinzione che l’amore sia un’energia vitale, una scintilla che permette di preservare la dignità umana anche di fronte alla brutalità più estrema.
Sì, è vero, siamo messi alla prova nei nostri fondamentali valori umani. E così crederete che io abbia raccontato qualcosa su Westerbork, con la mia lunga chiacchierata? Se provo a ricreare nella mente questa Westerbork – in tutte le sue sfaccettature e nella sua movimentata storia, in tutte le sue emergenze spirituali e materiali -, allora so di non esserci riuscita affatto. E poi, il mio è un resoconto molto parziale. Potrei immaginarne un altro, pieno di odio, amarezza e ribellione. Ma la ribellione che nasce solo quando la miseria comincia a toccarci personalmente non è vera ribellione, e non potrà mai dare buoni frutti. E assenza di odio non significa di per sé assenza d’un elementare sdegno morale. So che chi odia ha fondati motivi per farlo. Ma perché dovremmo sempre scegliere la strada più facile e a buon mercato? Laggiù ho potuto toccare con mano come ogni atomo di odio che si aggiunge al mondo lo renda ancora più inospitale. E credo anche, forse ingenuamente ma con ostinazione, che questa terra potrebbe ridiventare un po’ più abitabile solo grazie a quell’amore di cui l’ebreo Paolo scrisse agli abitanti di Corinto nel tredicesimo capitolo della sua prima lettera.
Anche di fronte alla crudeltà dei nazisti, Etty non perde la capacità di vedere l’umanità in ogni persona. Si rifiuta di demonizzare i suoi persecutori, consapevole che l’odio, anziché combattere il male, ne diventa complice. La sua visione non è ingenua né indulgente, ma nasce dalla consapevolezza che il ciclo della violenza può essere interrotto solo attraverso una trasformazione interiore. Per Etty, questa trasformazione è il fondamento di ogni cambiamento sociale: solo chi riesce a trovare la pace dentro di sé può contribuire a costruire un mondo più giusto e compassionevole.
L’epilogo della vita di Etty Hillesum
Grazie ad alcuni conoscenti, Etty riuscì a trovare un lavoro di impiegata presso il Consiglio Ebraico. Questo le evitò l’internamento a Westerbork, ma a lei non importava nulla. Quanto più il cerchio si stringeva, tanto più si rafforzava la sua anima. Non pensò mai a salvarsi. Rifiutò sempre le offerte di alloggi per nascondersi. Voleva stare con il suo popolo, con la sua gente, condividere un destino comune, in mezzo a coloro che si rifiutavano di pensare per paura di impazzire o per le privazioni subite. Voleva assistere gli internati nelle ore in cui dovevano prepararsi al trasporto. Era convinta che “un cuore pensante” dovesse sopravvivere al disastro, a qualunque costo. La sua era una resistenza esistenziale.
Mi si dice: una persona come te ha il dovere di mettersi in salvo, hai tanto da fare nella vita, hai ancora tanto da dare. Ma quel poco o molto che ho da dare lo posso dare comunque, che sia qui o in una piccola cerchia di amici, o altrove, in un campo di concentramento. E mi sembra una curiosa sopravvalutazione di sé stessi, quella di ritenersi troppo preziosi per condividere con gli altri un “destino di massa”.
Il 7 settembre 1943 Etty e la sua famiglia furono deportati nel campo di sterminio di Auschwitz.
Se un uomo delle SS dovesse prendermi a calci fino alla morte, io alzerei ancora gli occhi per guardarlo in viso, e mi chiederei, con un’espressione di sbalordimento misto a paura, e per puro interesse nei confronti dell’umanità: Mio Dio, ragazzo, che cosa mai ti è capitato nella vita di tanto terribile da spingerti a simili azioni?
Etty credeva profondamente che sarebbe bastata la presenza di un solo tedesco “buono” per dimostrare che non si poteva giustificare l’odio verso un intero popolo, né attribuire la colpa a Dio. Per lei, quell’unica persona avrebbe rappresentato una ragione sufficiente per respingere ogni generalizzazione e mantenere viva la fede nell’umanità.
Etty Hillesum iniziò a scrivere i suoi diari ad Amsterdam all’età di 27 anni, lasciandoci una preziosa eredità di pensieri e riflessioni. La sua vita, tragicamente breve, si concluse a soli 29 anni, quando venne uccisa ad Auschwitz nel novembre del 1943.
Poco prima di essere deportata nel campo di transito nazista di Westerbork, nel nord-est dell’Olanda, Etty affidò i suoi diari all’amica Maria Tuinzing. Con un gesto di speranza e consapevolezza, le chiese di consegnarli allo scrittore Klaas Smelik nel caso lei non fosse tornata, pregandolo di occuparsi della loro pubblicazione. Questo atto di fiducia ha permesso al mondo di conoscere la straordinaria profondità del suo pensiero e della sua umanità.
La famiglia Hillesum fu deportata ad Auschwitz con il convoglio del 7 settembre 1943. Dal treno Etty riuscì a gettare un biglietto che verrà ritrovato lungo la linea ferroviaria e spedito. Era indirizzato ad un’amica e fu l’ultimo scritto di Etty:
Christien, apro a caso la Bibbia e trovo questo: «Il Signore è il mio alto ricetto». Sono seduta sul mio zaino nel mezzo di un affollato vagone merci. Papà, la mamma e Mischa sono alcuni vagoni più avanti. La partenza è giunta piuttosto inaspettata, malgrado tutto. Un ordine improvviso mandato appositamente per noi dall’Aia. Abbiamo lasciato il campo cantando …
Nessuno di loro farà ritorno.
Originalità della figura di Etty Hillesum
Resistenza interiore contro l’odio. Etty Hillesum, di fronte alla tragedia della Shoah, sceglie una resistenza di tipo esistenziale, trovando nella propria interiorità la forza di essere un balsamo per le ferite dei suoi contemporanei. Piuttosto che ribellarsi in modo distruttivo, cerca di comprendere l’odio che si annida dentro di sé, collegando questa comprensione al riconoscimento del male nell’altro. La sua lotta contro l’odio non si limita alla salvezza del proprio corpo, ma mira alla salvezza dall’odio stesso, trasformando il suo cuore e la sua mente in un campo di battaglia.
Fede personale e non confessionale. La sua esperienza di fede è caratterizzata da una scoperta interiore della presenza e dell’azione dello Spirito, che la spinge a dedicarsi totalmente alla cura delle sofferenze altrui. Non si tratta di una fede confessionale, né di un generico sentimento di amore, ma di una relazione intima con un Dio vicino, da dissotterrare dalle macerie in cui la società e le preoccupazioni individuali lo hanno sepolto. Etty scopre Dio attraverso la preghiera, l’amore per la vita e per gli altri, trovando serenità nella natura e nell’incapacità di odiare anche il nemico.
L’importanza della ricerca interiore. Etty Hillesum cerca Dio guardando in profondità dentro se stessa, attraverso un’intensa attività introspettiva. Questo percorso interiore è fondamentale per la sua crescita spirituale e per la sua capacità di affrontare le difficoltà della vita. La sua fede è ricercata, compresa, meditata e accolta.
Accettazione attiva del dolore e del destino. Etty matura la convinzione che non abbia senso cercare scappatoie o combattere per la semplice auto-conservazione, ma che si debba piuttosto rimanere con gli altri e cercare di essere per loro quello che ancora si è in grado di essere. Sceglie di assumere il destino del suo popolo e si offre volontariamente come assistente sociale nel campo di Westerbork. Nonostante le sofferenze, ama la vita e non vuole accettare di essere nascosta, scegliendo invece di condividere la sorte del suo popolo.
La persona come unicità. Etty descrive la persona come un’entità unica e irripetibile, che si distingue da ogni altra. Questa unicità emerge nel dolore, che individua, isola e lega. La persona è ciò che sopporta il peso di una tragedia umana senza senso, ed è attraverso l’esistenza responsabile che ognuno diventa persona. Etty testimonia che la felicità non dipende dalle circostanze esterne, ma dalla sorgente interiore che ognuno porta dentro di sé. Questa consapevolezza la aiuta a mantenere la bellezza della vita anche in un luogo di orrore come Auschwitz.
La responsabilità verso Dio. Etty Hillesum arriva a concepire una relazione con Dio in cui gli esseri umani sono chiamati ad aiutare Dio, assumendosi la responsabilità di difendere la sua casa dentro di loro. Questa idea è espressa nella sua “Preghiera della domenica mattina”, dove afferma che non è Dio ad essere responsabile di quanto accade, ma gli uomini. Fa suo il concetto di “maturazione di Dio” ispirato da R. M. Rilke, che sottolinea come Dio stesso sia in divenire e abbia bisogno dell’aiuto degli esseri umani per compiersi. Questo concetto è centrale nella sua visione del mondo e nel suo rapporto con il divino.
La ricerca della bellezza anche nell’orrore. Nonostante le atrocità del campo di concentramento, Etty mantiene la capacità di meravigliarsi e di godere della bellezza della natura. Questa ricerca della bellezza anche nell’orrore è una caratteristica fondamentale della sua esperienza.
Il ruolo della scrittura come forma di resistenza. La scrittura è per Etty uno strumento di trasformazione interiore e di resistenza. Il suo diario è una cronaca in forma poetica della vita nel campo di Westerbork, dove la parola diventa uno strumento per dare senso all’esistenza. La sua originalità si manifesta anche nella capacità di trasformare la miseria e la disperazione in una fonte di ispirazione e di edificazione.
Preghiera della domenica mattina
Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte per la prima volta ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l’oggi con i pesi delle mie preoccupazioni per il domani – ma anche questo richiede una certa esperienza. Ogni giorno ha già la sua parte. Cercherò di aiutarTi affinché Tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che Tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare Te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di Te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirTi dai cuori devastati di altri uomini. Sì, mio Dio, sembra che Tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la Tua responsabilità, più tardi sarai Tu a dichiarare responsabili noi. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: Tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare Te, difendere fino all’ultimo la Tua casa in noi. Esistono persone che all’ultimo momento si preoccupano di mettere in salvo aspirapolveri, forchette e cucchiai d’argento – invece di salvare Te, mio Dio. E altre persone, che sono ormai ridotte a semplici ricettacoli di innumerevoli paure e amarezze, vogliono a tutti i costi salvare il proprio corpo. Dicono: non prenderanno proprio me. Dimenticano che non si può essere nelle grinfie di nessuno se si è nelle Tue braccia. Comincio a sentirmi un po‘ più tranquilla, mio Dio, dopo questa conversazione con Te. Discorrerò con Te molto spesso, d’ora innanzi, e in questo modo Ti impedirò di abbandonarmi. Con me vivrai anche tempi magri, mio Dio, tempi scarsamente alimentati dalla mia povera fiducia; ma credimi, io continuerò a lavorare per Te e a esserTi fedele e non Ti caccerò via dal mio territorio. Per il dolore grande ed eroico ho abbastanza forza, mio Dio, ma sono piuttosto le mille piccole preoccupazioni quotidiane a saltarmi addosso e a mordermi come altrettanti parassiti. Be’, allora mi gratto disperatamente per un po’ e ripeto ogni giorno: per oggi sei a posto, le pareti protettive di una casa ospitale ti scivolano sulle spalle come un abito che hai portato spesso, e che ti è diventato familiare, anche di cibo ce n’è a sufficienza per oggi, e il tuo letto con le sue bianche lenzuola e con le sue calde coperte è ancora lì, pronto per la notte – e dunque, oggi non hai il diritto di perdere neanche un atomo della tua energia in piccole preoccupazioni materiali. Usa e impiega bene ogni minuto di questa giornata, e rendila fruttuosa; fanne un’altra salda pietra su cui possa ancora reggersi il nostro povero e angoscioso futuro. Il gelsomino dietro casa è completamente sciupato dalla pioggia e dalle bufere di questi ultimi giorni, i suoi fiori bianchi galleggiano qua e là sulle pozzanghere scure e melmose che si sono formate sul tetto basso del garage. Ma da qualche parte dentro di me esso continua a fiorire indisturbato, esuberante e tenero come sempre, e spande il suo profumo tutt’intorno alla Tua casa, mio Dio. Vedi come Ti tratto bene. Non Ti porto soltanto le mie lacrime e le mie paure, ma Ti porto persino, in questa domenica mattina grigia e tempestosa, un gelsomino profumato. Ti porterò tutti i fiori che incontro sul mio cammino, e sono veramente tanti. Voglio che Tu stia bene con me. E tanto per fare un esempio: se io mi trovassi rinchiusa in una cella stretta e vedessi passare una nuvola davanti alla piccola inferriata, allora Ti porterei quella nuvola, mio Dio, sempre che ne abbia ancora la forza. Non posso garantirTi niente a priori, ma le mie intenzioni sono ottime, lo vedi bene. E ora mi dedico a questa giornata. Mi troverò fra molta gente, le tristi voci e le minacce mi assedieranno di nuovo, come altrettanti soldati nemici assediano una fortezza inespugnabile.






Lascia un commento