La liturgia di questa domenica ci colloca al cuore del Vangelo: la Croce. Non come emblema di sconfitta, ma come luogo dell’amore portato all’estremo. La festa dell’Esaltazione della Santa Croce nasce dal desiderio della Chiesa di contemplare, in un solo sguardo, l’innalzamento di Cristo e la nostra elevazione con Lui. Le letture ci guidano con una sorprendente unità: nel deserto (Nm 21,4b-9) un serpente di bronzo diventa segno di guarigione; a Filippi (Fil 2,6-11) risuona l’inno alla kenosi del Figlio, «umiliato fino alla morte, e a una morte di croce»; infine, nel colloquio notturno con Nicodemo (Gv 3,13-17), Gesù svela il motivo ultimo: «Dio ha tanto amato il mondo».

Tre parole possono aiutarci: feritaabbassamentoamore. La Croce svela la verità delle nostre ferite, mostra l’abbassamento di Dio che si fa vicino e, soprattutto, rivela l’amore che salva. Non un’idea, ma un gesto: innalzato per attirare tutti a sé. In questa domenica chiediamo una fede capace di guardare la Croce con speranza operosa, lasciandoci guarire per diventare strumenti di guarigione nelle ferite del mondo.


1. Prima Lettura: Numeri 21,4b-9

Il popolo è in cammino nel deserto. La fatica si traduce in mormorazione: «Perché ci avete fatti salire dall’Egitto? Qui non c’è pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero». Quando l’orizzonte si restringe alla nostalgia dell’Egitto, la libertà sembra un peso e si rompe la fiducia. Le «serpi velenose» che mordono sono immagine di un male che corrode dall’interno: non solo un castigo, ma anche la rivelazione di quanto il risentimento divori la vita.

La risposta di Dio sorprende: non elimina magicamente le serpi, ma comanda a Mosè di innalzare un serpente di bronzo. Chi lo guarda, vive. Non è magia: è pedagogia della fede. Guardare è riconoscere, portare alla luce la ferita e insieme consegnarla a Dio. Colpisce che il segno della salvezza abbia la forma stessa della ferita: il simile salva il simile. È anticipo della Croce, dove Cristo assume ciò che ci ferisce — il peccato, la violenza, la morte — per spezzarne il potere dall’interno.

Per noi, comunità, la pagina è concreta: quante volte la stanchezza si fa mormorazione, la fretta si fa durezza, il lamento si fa cinismo. La Parola ci educa a rialzare lo sguardo. La guarigione comincia quando smettiamo di fissare la ferita come destino e iniziamo a fissare in essa la presenza di Dio che salva. Un gesto semplice può tradurre questo dinamismo: fermarci, pregare davanti al Crocifisso con le nostre fatiche, e rimettere in gioco scelte di fiducia reciproca. Guardare la Croce significa lasciarsi rieducare al realismo della speranza.


2. Seconda Lettura: Filippesi 2,6-11

L’inno cristologico di Filippesi è vertice della fede e regola di vita. Cristo «pur essendo nella condizione di Dio, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma svuotò se stesso». La kenosi (“svuotamento”) non è perdita di identità, ma modo divino di amare: Dio si mostra onnipotente nell’arte di farsi piccolo. L’abbassamento culmina nella Croce, a cui corrisponde l’innalzamento operato dal Padre: «Per questo Dio lo esaltò».

Per la Chiesa, questo inno non è un ornamentale dogma, ma la forma dell’esistenza. «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù» (v.5): è la consegna. Per la nostra vita comunitaria, cosa significa? Significa adottare uno stile di servizio che preferisce la prossimità al prestigio; vuol dire liturgie curate non per estetismo, ma per ospitalità; catechesi che non impongono pesi, ma accompagnano percorsi; economia comunitaria che sceglie la sobrietà per condividere.

L’abbassamento non è svalutazione di sé, ma libertà da sé per lasciare spazio all’altro. È la conversione dalle logiche di posizione a quelle di relazione. Ecco l’“esaltazione” che ci tocca: non l’applauso agli apparati, ma la gioia di una comunità in cui «ogni ginocchio si piega» non davanti a un potere mondano, bensì alla mitezza del Signore crocifisso e risorto. Questa pagina ci chiede di rivedere prassi e linguaggi, perché il Vangelo non si impone: si espone e si offre.


3. Vangelo: Giovanni 3,13-17

Il Vangelo ci riporta a un dialogo notturno. Nicodemo cerca luce. Gesù lo conduce dal linguaggio del fare al linguaggio del nascere dall’alto. Il cuore del brano è un parallelismo esplicito: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (vv.14-15). La Croce è così definita: innalzamento. In Giovanni, la Croce è già gloria, perché mostra chi è Dio: amore che si dona.

«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto ma abbia la vita eterna» (v.16). Il soggetto è Dio, il verbo è amare, l’oggetto è il mondo—non quello ideale, ma quello reale, ferito, ambiguo. Il dono del Figlio non nasce dalla nostra buona condotta: è iniziativa gratuita. La Croce è il sì definitivo di Dio alla nostra vita.

Due chiarimenti sono decisivi. Primo: «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (v.17). La Croce non è tribunale, è medicina. Non ci conferma nei torti, ma ci guarisce per rimetterci in cammino. Secondo: credere non è assenso emotivo, ma atto di affidamento: alzo lo sguardo verso Colui che è stato elevato, mi lascio guardare, mi consegno.

Cosa significa per noi, concretamente? Tre piste:

  1. Saper guardare. In una cultura dell’immagine e della velocità, la Croce educa a uno sguardo lento che non salta la sofferenza, ma la attraversa con senso.
  2. Stare. La Croce vede la presenza delle donne ai piedi del Calvario e del discepolo amato: restare quando tutto spinge a fuggire. Perseveranza: visite a famiglie, malati, anziani che non sono “servizi a progetto”, ma relazioni; accompagnamento dei lutti con delicatezza; ascolto dei giovani senza fretta di soluzioni preconfezionate.
  3. Donarsi. Se la Croce è dono di sé, la comunità diventa spazio in cui il tempo, le competenze, i beni materiali sono condivisi. Non per attivismo, ma per carità. Leggere i bisogni del territorio alla luce della Croce porterà a chiedere: quale ferita del nostro paese o rione ci chiama?

In definitiva, la Croce non ci chiede di diventare eroi, ma discepoli: gente che guarda, resta, e dona come ha visto fare al Maestro.


4. Commento

La trama delle letture rivela una logica pasquale. In Numeri, la salvezza passa attraverso il segno della ferita innalzata. In Filippesi, l’abbassamento è la forma dell’amore divino, cui corrisponde l’esaltazione. In Giovanni, l’innalzamento di Cristo è la rivelazione del volto del Padre: amore che salva, non condanna.

Teologicamente, la Croce è insieme rivelazione e operazione: mostra chi è Dio e, nello stesso atto, guarisce l’uomo. Non è supplemento doloristico alla vita cristiana, ma cuore dell’alleanza: in Cristo, Dio porta su di sé ciò che ci distrugge per aprire un varco alla vita nuova. Il realismo della fede consiste nel guardare la realtà ferita (personale, ecclesiale, sociale) senza illusioni né rassegnazione, sapendo che la misura ultima non è la somma dei nostri fallimenti, ma il di-più dell’amore.

Questa festa raddrizza le nostre metriche. Successo non è avere ragione, ma rimanere nell’amore; potenza non è imporre, ma servire; gloria non è apparire, ma lasciarsi trasformare. La Croce educa a una libertà esigente: ci toglie al narcisismo spirituale e ci consegna alla missione. È lì che la Chiesa ritrova la sua postura: non al centro della scena, ma ai piedi della Croce, per ricevere lo Spirito e farsi prossimo.

La Croce è la cattedra dell’amore. Non chiede applausi, chiede fiducia: alza gli occhi e vivi. Oggi il Signore ci raggiunge proprio lì dove temiamo di essere perduti e dice: «Non sono venuto per condannare, ma per salvare». Chiediamo la grazia di essere una comunità che guarda senza fuggire, resta senza indurirsi, dona senza calcolo.

Portiamo nel quotidiano un gesto semplice: sostare un minuto davanti al Crocifisso ogni sera, consegnando nomi e volti. Da questo sguardo nascerà una comunità più umana e più evangelica, capace di attraversare i deserti del tempo con la bussola della speranza. La Croce non è un peso in più: è il ponte su cui Dio attraversa verso di noi, e noi verso gli altri. Innalzata tra cielo e terra, unisce ciò che sembrava perduto. In questa promessa vogliamo camminare.


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