Sostare per nove sere su diciotto versetti può sembrare un esercizio complesso.

Lo è stato, ma esplorare il Prologo di Giovanni durante la Novena dell’Immacolata è stato come scendere nelle fondamenta di una casa per capire se reggerà all’urto del tempo. Il verdetto? La struttura tiene, ma non è fatta di cemento: è fatta di Relazione.

Il dramma della Luce e il rischio del rifiuto
Giovanni non ci offre una favola rassicurante. Il Prologo è un testo drammatico. C’è una Luce che splende, ma ci sono tenebre che provano a soffocarla. La comunione, fin dalle prime righe, non è un dato di fatto scontato, ma una scelta di accoglienza.

“Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto”.

Qui c’è tutta la libertà dell’uomo. Dio non s’impone, si propone. La comunione nasce quando smettiamo di essere “ostili all’ospite” e accettiamo che il Senso del mondo (il Logos) non sia un’idea astratta, ma una Persona che cerca casa.

La tenda piantata: un’antropologia del noi

Il punto di svolta è quel versetto 14, che fa sempre tremare:

“E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”.

Giovanni usa un termine preciso: attendarsi, piantare la tenda. Dio non ha costruito un palazzo per farsi temere; ha piantato una tenda nella terra della nostra storia, tra le nostre precarietà e i nostri slanci.

  • Non più Io, ma Noi: se Dio abita “in noi”, la comunione non è più un optional per i più buoni, ma la condizione stessa per vedere la sua gloria.
  • La carne come luogo teologico: Dio non si incontra fuggendo dall’umano, ma immergendosi in esso. La carne, con tutte le sue fragilità, è diventata il sacramento dell’incontro con l’Assoluto.

La vertigine del Principio: quando il Senso si fa Carne

La sfida che questo testo ci lascia, dopo le nostre nove sere di cammino, è passare da una fede di concetti a una fede che dimora.

Se il Verbo si è fatto carne, la nostra carne, e quella del fratello, è l’unico posto dove possiamo davvero trovarlo.


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