Una strana manifestazione

L’Epifania è la festa della manifestazione di Dio, e tuttavia ciò che la liturgia ci mette davanti non assomiglia a una manifestazione secondo i criteri a cui siamo abituati. Di solito, quando qualcosa si manifesta, lo fa con evidenza, con forza, con garanzie; qui, invece, la luce di un stella conduce alla dimora di gente semplice, non a un trono. Non vediamo un potente che s’impone, ma a una presenza che si affida. È come se Dio, nel rivelarsi, scegliesse di non essere immediatamente riconoscibile come divino (il divino a cui siamo abituati) e ci chiedesse di sviluppare un’altra competenza: uno sguardo capace di lasciarsi attrarre dalla fragilità, da ciò che è periferico, marginale, dis-locato.

Il viaggio dei Magi

Nella prima lettura di oggi, Isaia annuncia una manifestazione della fedeltà di Dio dentro una storia ancora incompiuta. Gerusalemme, in quel momento storico, è un luogo povero, politicamente irrilevante, segnato da fratture interne. La fede vacilla, è stanca. Isaia educa il popolo ad non fidarsi delle proprie aspettative, ma a poggiarsi totalmente sulla promessa di Dio, sulla sua fedeltà. Giungerà una luce, verrà da Dio. È una profezia che parla di una fede non trionfale, ma reale; non efficace secondo il mondo, ma feconda secondo Dio. Lascia presagire che l’agire di Dio debba essere riconosciuto là dove non ci si aspetterebbe.

Matteo racconta il paradossale compimento di questa profezia. Alcuni Magi, saggi cercatori stranieri, piccolo inizio di quanti accoglieranno il Signore provenendo da ogni popolo della terra, vedono una stella, una luce splendente ma inafferrabile, e si mettono in cammino. Non sono uomini della certezza, ma del desiderio. Quando arrivano a Gerusalemme, bussano al luogo “naturale” del potere; cercano un re dove ci si aspetta di trovarlo. Ma Dio non coincide con ciò che è già forte, evidente, garantito. Il nostro è il Dio dei viandanti e dei pellegrini, dei cercatori, di chi è disposto a lasciarsi spiazzare.

I Magi, devono compiere, quindi, una trasformazione decisiva: lasciare il centro e ripartire verso un luogo marginale, inatteso. È il passaggio dalla logica dell’apparato, alla logica del dono, dalla ricerca del segno clamoroso alla docilità verso una presenza povera.

“Cristo non trionfa su nessuno che non lo vuole. Egli vince soltanto con la persuasione: è la Parola di Dio” (Origene)

Qui Dio si manifesta nella sua più alta qualità divina. Non si impone, non dimostra, non costringe. Si espone. La sua onnipotenza si svela pienamente: non è dominio, è libertà di amare fino a lasciarsi amare, fino a dipendere da mani umane. Il Figlio entra nella storia non come una risposta, ma come un essere-affidato. Chi giunge a Betlemme dopo un lungo viaggio di apprendistato non riceve la soluzione di un enigma: incontra un Bambino. Questo è già il mistero pasquale. La stessa logica attraverserà tutta la vita di Gesù: Dio ci salva facendosi, lui per primo, viandante lungo i sentieri della nostra storia. Quel che vediamo manifestarsi oggi è il Dio che dona se stesso. Oggi è destinatario di doni che in realtà rendono manifesto il suo esser-dono per noi.

Dov’è la mia Betlemme?

Betlemme è uno dei luoghi dove ci sentiamo “di casa”. Insieme a Nazaret e Gerusalemme disegna la geografia della nostra fede. Nel giorno dell’Epifania Betlemme ci consegna una domanda semplice e radicale: stiamo cercando Dio? Dove lo cerchiamo? Nella città dell’evidenza o nei margini della realtà che mi appartiene? La vita, spesso, non è pronta ad accogliere, come Betlemme; i tempi sono lenti, come il lungo viaggio dei Magi dall’Oriente; le promesse sembrano sospese, come nel cuore della notte; molte cose non funzionano come vorremmo, come accadde quando la Parola di Dio venne al mondo secondo la carne. Eppure la rivelazione di Dio passa proprio da qui, proprio qui nasce il Verbo nella nostra storia, nella nostra carne: la povertà, il limite, l’inadeguatezza non sono un impedimento all’incontro con Dio. Là dove la vita si vive ai margini, Dio non è assente: è appena nato.

Forse siamo invitati a riconsiderare anche la figura della nostra fede. Non euforica, ma quotidiana, feriale, concreta. Una gioia discreta, capace di convivere con il buio senza negarlo. La gioia di chi scopre la vita, e la vita cristiana non è una performance, ma una fedeltà abitata, presa sul serio. Non fa rumore, eppure è vera. Non controlla, eppure genera.

E anche la Chiesa, quando celebra l’Epifania, riceve un criterio: non decidere in anticipo come Dio debba manifestarsi; non costruire apparati che lo rendano “utile” o “conveniente”; non ridurre il Vangelo a una garanzia di stabilità. L’unico modo di riconoscere Dio è lasciarsi educare dal suo stile: il Dio che nasce dove non c’è posto, che chiede spazio invece di pretendere consenso, che si lascia incontrare nella fragilità del reale.

I Magi, arrivati alla casa, vedono il Bambino con Maria sua madre; si prostrano e adorano, e offrono doni. È il gesto dell’Eucaristia: non un’idea da comprendere, ma una Presenza da accogliere. Nel gesto eucaristico Gesù si consegna, senza difese, nelle nostre mani. Chiediamo questa grazia: non cercare Dio dove ci conviene o dove ci sembra scontato, ma riconoscerlo dove ha scelto di farsi trovare; non pretendere una manifestazione che ci rassicuri e consolidi equilibri già costituiti, ma accogliere una Presenza che ci converte nel profondo. E, come i Magi, tornare per un’altra strada: quella della fedeltà silenziosa, della cura, della realtà amata. Amen.


Scopri di più da casa tra le case

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Lascia un commento

In voga