Nel Vangelo della II Domenica del Tempo Ordinario (Anno A), Giovanni Battista indica Gesù con parole che attraverseranno tutta la storia successiva, fino a noi: «Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29).
Giovanni presenta Gesù come l’Agnello: una figura disarmata, esposta, consegnata. Non come un saggio filosofo, un riformatore religioso, un capo politico. La prima lettura (Is 49,3.5-6) amplia il nostro orizzonte di ascolto: il Servo del Signore non è inviato solo a Israele, ma a tutte le genti. La seconda lettura (1Cor 1,1-3) colloca questa rivelazione dentro una comunità concreta, fragile, chiamata però alla santità.
Questa domenica ci invita a passare dalla curiosità su Gesù al riconoscimento della sua identità, e da lì alla scelta di seguirlo non secondo le nostre aspettative, ma secondo il suo modo di stare al mondo.

Il Servo del Signore, luce delle nazioni (Is 49,3.5-6)

Il testo di Isaia ci descrive la figura protagonista dei Canti del Servo del Signore. Questo misterioso personaggio è chiamato fin dal grembo materno per una missione che supera i confini di Israele. Il punto decisivo, nel nostro ascolto domenicale, è questo: «E’ troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe … io ti renderò luce delle nazioni».

Dio non si accontenta di “aggiustare” il suo popolo: partendo da Israele, vuole raggiungere il mondo intero. L’agire di Dio non è un privilegio etnico o religioso, ma un dono destinato a tutti.

Il Servo del Signore non agisce con la forza. L’efficacia della sua opera nasce dall’obbedienza, dalla fedeltà, dall’essere totalmente partecipe del sentire di Dio. Isaia prepara cosi il terreno al Vangelo: Gesù sarà riconosciuto come l’Agnello proprio perché realizza questa figura di donato.

Chiamati a essere santi (1Cor 1,1-3)

Quella di Corinto è una comunità cristiana segnata da divisioni, fragilità morali, conflitti interni. Eppure Paolo la definisce “santificata in Cristo Gesù, chiamata a essere santa”.

La santità non è il premio dei perfetti, ma la vocazione di persone reali, con i loro limiti. Paolo non idealizza la comunità. La fonda su Cristo. Lui rende possibile una vita nuova, non la levatura morale di partenza.

Questo è decisivo per conoscere Gesù come “l’Agnello di Dio”: Dio in lui agisce in nostro favore caricandosi del peso di una umanità ferita, non rivolgendosi ai migliori da premiare o ai cattivi da abbattere.

L’Agnello di Dio (Gv 1,29-34)

Giovanni Battista indica Gesù. Questo è il cuore del testo, una testimonianza: «Ecco l’Agnello di Dio».

Si richiamano almeno tre grandi immagini dell’antico testamento:

  • l’agnello pasquale, il cui sangue libera dalla schiavitù;
  • il Servo sofferente di Isaia, condotto come agnello al macello;
  • l’agnello dei sacrifici quotidiani nel tempio.

Giovanni concentra tutto questo in Gesù. Ma con un accento particolare: Gesù toglie il peccato del mondo: cioè quella logica profonda di violenza, egoismo, autosufficienza che attraversa la storia. L’agire di Gesù sarà radicale, una svolta definitiva che Dio compie nella storia.

Giovanni aggiunge: «Io non lo conoscevo». L’autentica conoscenza di Gesù (non semplicemente il “sapere chi è”, ma l’incontro esistenziale con lui) è frutto di una rivelazione: lo Spirito che scende e rimane su di lui.

Gesù è riconosciuto come Figlio non perché compie gesti spettacolari, ma perché su di lui rimane lo Spirito: perché traspare una relazione singolare con il Padre.

Il Battista, infine, scompare. I suoi discepoli sono indirizzati a Gesù. Ha compiuto la sua missione: indicare, non trattenere. Ogni autentica testimonianza cristiana funziona cosi.

Per riflettere

Assumere un nuovo sguardo. Possiamo continuare a cercare un Dio forte, che offre soluzioni a ogni problema, che interviene dall’alto per sistemare il mondo; oppure possiamo riconoscere l’Agnello, un Dio che entra nella nostra storia caricandosi del suo peso.

Gesù non toglie il peccato del mondo eliminando i peccatori, ma stando in mezzo a noi. Non vince la violenza esercitando una violenza “buona”, ma con una fedeltà disarmata al mandato del Padre.

Credere non significa affidarsi a un potere che protegge e toglie dai guai, ma seguire Colui che si espone. «Il cristianesimo non è nato da un’idea, ma da una carne. Non da un concetto astratto, ma da un grembo, da un corpo, da un sepolcro», e da un gesto che indica: “Eccolo”. Ogni volta che una comunità indica Gesù senza sostituirsi a lui; ogni volta che un cristiano accetta di vivere senza rifugiarsi dal potente di turno; ogni volta che scegliamo di non rispondere al male con il male, quell’opera continua in noi.

Per il nostro cammino di fede

  • Educare il nostro sguardo, come comunità cristiana, a riconoscere Gesù dove ci sono fragilità da servire: nelle situazioni irrisolte, nelle relazioni ferite, nelle povertà.
  • Siamo chiamati a indicare Gesù, non a sostituirlo. Questo implica uno stile non possessivo, non autoreferenziale, capace di lasciare spazio alla libertà delle persone, a favorire l’incontro tra le persone e Gesù.
  • Il peccato “del mondo”. Non ci sono solo colpe individuali, ma logiche di peccato: competizione, esclusione, violenza, indifferenza. Il Vangelo ci chiede di lavorare su queste dinamiche, non solo sui comportamenti dei singoli.

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