L’inutile necessario: la preghiera nell’epoca del disincanto
Si può ancora dire “Tu” in un mondo che sembra aver smarrito il lessico dell’invisibile?
Viviamo nell’epoca del disincanto (M. Weber): un tempo in cui la tecno-scienza ha steso una patina di efficienza su ogni centimetro quadrato della nostra vita. In questo scenario, la preghiera appare un reperto archeologico, un gesto che non produce, non fattura, non risolve. Eppure, proprio in questa sua radicale inutilità risiede la sua forza sovversiva.
La preghiera, ma non il talismano
Abbiamo confuso a lungo la preghiera con una tecnica per piegare la volontà divina ai nostri bisogni. Se la secolarizzazione ha spazzato via, per dirla con Bonhoeffer, il “Dio tappabuchi” – quello che interviene dove la scienza fallisce – questo non è un dramma, è una purificazione, anche se dolorosa e non priva di conseguenze rischiose. Più recentemente, abbiamo provato a far riemergere la preghiera come una strategia per gestire l’ansia.
Ci troviamo, invece, davanti a una realtà ben più complessa da indagare. La preghiera è l’espressione più alta della nostra creaturalità:
“è l’unico atteggiamento di fronte a Dio degno dell’uomo, perché è il riconoscimento della nostra dipendenza totale” (L. Giussani).
Non si prega per convincere Dio, ma per permettere a Dio di abitare il nostro limite. In un mondo che ci vuole performanti a ogni costo, ammettere di aver bisogno di Altro è l’inizio della vera libertà.
Resistenza alla dittatura dell’istante
L’epoca che viviamo porta con sé il rischio di una perdita di orizzonti di senso che tende a schiacciarci su un eterno presente. Qui la preghiera si fa resistenza:
- contro il mercato che mercifica il tempo;
- contro l’algoritmo che prevede i nostri desideri prima ancora che noi li avvertiamo;
- contro il rumore che impedisce l’ascolto dell’altro.
La preghiera è “scuola di umiltà” (R. Guardini). In questa scuola impariamo che il mondo non è un oggetto da sfruttare, ma sacramento da custodire. Pregare significa ridare un nome alle cose, strappandole all’anonimato del consumo.
La gratuità come stile di vita
Se la tecno-scienza brama risultati, la preghiera invoca relazioni. È l’esercizio della gratuità-grazia, quella che K. Rahner ha posto al cuore dell’esperienza cristiana. In un contesto secolarizzato, il credente non è colui che possiede una verità inossidabile, ma colui che accetta di camminare a piedi nudi nel mistero.
La preghiera, allora, non è una fuga dal mondo, ma un modo per starci dentro con più verità. Non ci sottrae alle responsabilità storiche e civili; al contrario, le radicalizza. Chi prega non può ignorare il grido del povero o lo scempio della creazione, perché scopre che tutto è connesso in un unico respiro.
La preghiera come un esodo interiore
Dobbiamo passare dalla preghiera come dovere religioso alla preghiera come esodo interiore. È un cammino di liberazione che ci riporta all’essenziale. Come ci ha lasciato scritto Bonhoeffer dal fondo di una cella, in un tempo oscuro non meno del nostro: “La preghiera è il cammino attraverso il quale Dio trasforma il nostro cuore”.
In questo paradosso – l’evangelico “essere nel mondo senza essere del mondo” – la preghiera resta l’ultimo baluardo di un’umanità che non rinuncia a cercare il senso oltre l’utile. È il respiro che ci permette di non soffocare sotto il peso delle nostre stesse macchine.





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