Viviamo un tempo che ha paura. Non una paura episodica, ma una paura strutturale, diffusa, una specie di atmosfera. È la paura di perdere ciò che fino a ora ha garantito stabilità: sicurezza, appartenenza, prosperità. Paura della catastrofe. È una paura che attraversa i popoli e che, come sempre accade nella storia, cerca un linguaggio per esprimersi. Oggi quel linguaggio è spesso la forza, la minaccia, l’esibizione di potenza.
È necessario ripartire proprio da qui: dalla lettura dei “segni dei tempi” (Gaudium et spes). La paura che aleggia ovunque non è da rimuovere, è un segno. Essa rivela una frattura sistemica della fiducia: fiducia nel futuro, nelle istituzioni, nella parola, nell’altro. La politica, in questo clima, smette di essere arte della mediazione e diventa gestione del conflitto permanente.
In questo senso, il clima che attraversa oggi le società occidentali non può essere compreso solo come una svolta ideologica o come un cambio di leadership. È piuttosto l’emersione di una fatica della democrazia che riguarda l’Occidente nel suo insieme. La paura spinge alla ricerca di protezione; quando non la si trova nella giustizia, la si cerca nella forza.
La tentazione autoritaria
L’agire politico nasce da una dimensione che ci costituisce: gli uomini si avvicinano gli uni agli altri perché da soli non bastano a se stessi. Ma quando questa, che appare inizialmente come una debolezza, non viene riconosciuta come ambito di cooperazione, diventa facilmente pretesto per il dominio.
Le analisi che descrivono la possibile deriva autoritaria delle democrazie occidentali (talvolta evocata con il termine, problematico ma non sconsiderato, di “nuovo fascismo”) va letta come un’allerta antropologica. Ogni forma di potere che assolutizza se stesso e si sottrae al controllo etico è una degenerazione (cf. Centesimus annus).
Non è necessario un regime totalitario per parlare di autoritarismo. Basta che si affermi un agire nel quale:
- il potere esecutivo si presenta come unica istanza di salvezza;
- il nemico interno diventa elemento strutturale della narrazione politica;
- la forza sostituisce progressivamente il diritto;
- la violenza simbolica (linguaggio, comunicazione) prepara quella reale.
Questi elementi non definiscono ancora un regime, ma descrivono una tentazione. E le tentazioni più pericolose, soprattutto in questo campo, non sono quelle che negano apertamente il bene, ma che lo promettono attraverso delle scorciatoie.
“Noi contro loro”: la solidarietà oggi è da deboli
Uno dei criteri fondamentali della dottrina sociale della Chiesa è il principio di solidarietà, inteso come “determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune” (Sollicitudo rei socialis). Quando, però, la politica assume come paradigma il conflitto permanente, questo principio viene radicalmente negato.
La retorica polarizzante del “noi contro loro”, non è solo una strategia comunicativa: è una visione distorta dell’umano. Presuppone che l’altro non sia un interlocutore, ma una minaccia; non un avversario ideologico, ma un nemico; non qualcuno da convincere, ma da neutralizzare. In questo schema, la comunità politica non è più uno spazio di convivenza, ma un campo di battaglia.
Giovanni Paolo II parlava di “strutture di peccato” che si alimentano di paura, sospetto e ricerca del capro espiatorio (Sollicitudo rei socialis). Quando il consenso politico si costruisce sull’individuazione di nemici (migranti, oppositori, istituzioni sovranazionali, élite culturali e “poteri forti”) la politica smette di servire l’uomo e comincia a usarlo.
In questo senso, il clima che si respira oggi mostra una frattura radicale nel tessuto della società, che sottrae spazio alla solidarietà. La forza appare più efficace del dialogo; l’imposizione più rapida della persuasione; l’umiliazione dell’altro più rassicurante del rispetto della sua dignità.
Abbiamo smarrito l’Europa
Accanto alla radicalizzazione americana, emerge con forza il silenzio europeo. Un silenzio che non è prudenza, ma smarrimento. La difficoltà dell’Unione Europea nel rispondere con chiarezza e fermezza agli attacchi che riceve rivela una crisi di identità prima ancora che di leadership.
Abbiamo guardato con favore al progetto europeo come spazio di pace, cooperazione e riconciliazione storica. Non come costruzione tecnocratica, ma come processo culturale e morale. Quando l’Europa tace di fronte alla delegittimazione dei suoi valori (Stato di diritto, multilateralismo, dignità della persona) non sta solo difendendo interessi diplomatici: sta rinunciando a narrare se stessa.
Il rischio non è solo il caos geopolitico, ma il declino morale. Perché un’Europa che non crede più nella propria vocazione finisce per accettare la logica della forza come inevitabile. E la pace, è bene ricordarlo, non è il risultato dell’equilibrio delle potenze, ma dell’ordine giusto (Pacem in terris).
Il mito della forza e la negazione del limite
Uno degli aspetti più inquietanti del momento storico che viviamo è la riabilitazione culturale della forza. Non solo come strumento estremo, ma come linguaggio ordinario della politica. Si esibisce potenza, si minaccia, si semplifica brutalmente il reale. Il limite non è più riconosciuto come dato antropologico, ma come segno di debolezza; la scelta del dialogo non è più la via preferenziale, ma un cedimento da irridere.
La Dottrina Sociale della Chiesa, invece, fonda la politica sulla centralità della persona e riconoscimento del limite. L’uomo non è onnipotente; il potere non è assoluto. Quando il limite viene rimosso, la politica si trasforma in strategia di dominio.
In questo senso, la fascinazione per leader forti non è che una forma deviata di religione: si cerca nel potente ciò che non si riesce più a sperare nel futuro. È una forma secolarizzata di messianismo, che promette salvezza attraverso la vittoria, non attraverso la giustizia.
Democrazia svuotata
La Dottrina Sociale della Chiesa considera la democrazia la forma politica più coerente con la dignità della persona, a condizione che sia sostenuta da una cultura morale adeguata (Centesimus annus, 46). Quando questa cultura si indebolisce, la democrazia può sopravvivere formalmente, ma svuotarsi sostanzialmente.
È ciò che alcuni definiscono “democrazia minima”: elezioni senza reale deliberazione, istituzioni senza fiducia, partecipazione ridotta a tifoseria. In questo scenario, il voto non è più espressione di un popolo che sceglie, ma strumento di legittimazione di una volontà già assolutizzata.
Senza educazione alla responsabilità, la libertà politica si autodistrugge. La forza non irrompe dall’esterno: cresce nel vuoto lasciato dalla rinuncia alla partecipazione, alla complessità, al pensiero critico.
Per un nuovo orientamento
Che cosa possiamo dire sull’oggi, senza cadere né nel moralismo né nella neutralità? Possiamo ricordare, anzitutto, che la politica non è il luogo della redenzione, ma nemmeno un ambito eticamente neutro. È lo spazio in cui si decide se la convivenza sarà umana o disumana.
In un tempo che invoca forza, diventa necessario richiamare la forza della giustizia. In un tempo che esibisce potenza, indicare il potere della cura. In un tempo che costruisce nemici, ribadire la dignità di ogni persona, anche dell’avversario.
Non si tratta di ingenuità, ma di realismo evangelico. Perché la storia insegna che la forza senza giustizia produce solo altra paura, e che la paura, a lungo andare, divora i suoi stessi protettori.
Dobbiamo scegliere che umanità vogliamo essere
Il momento storico che stiamo vivendo non ci chiede solo di prendere posizione politica, ma di scegliere che idea di uomo vogliamo perseguire. Più che soluzioni tecniche, abbiamo bisogno di criteri di discernimento: dignità della persona, bene comune, solidarietà, sussidiarietà, pace.
Di fronte alla tentazione autoritaria, sarebbe dannoso proporre un ritorno nostalgico al passato. Serve, invece, un atto di responsabilità verso il futuro. Nessun “potere” salva, nessun nemico risolve, che nessuna forza sostituisce la giustizia.
In un tempo di paura e confusione, questa è forse la parola più azzeccata: non c’è salvezza nella forza, ma nella cura. E questa, oggi, è la forma più alta e più esigente di resistenza.






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