Capita, scorrendo le cronache dei giornali o osservando le dinamiche del quotidiano, di sentirsi sopraffatti da un senso di impotenza. Ci chiediamo cosa possa fare la nostra piccola fede di fronte alle grandi zone d’ombra della solitudine, dell’ingiustizia o dell’indifferenza. La tentazione è quella di ritirarci nel privato, convinti che la nostra vita non possa lasciare una traccia significativa.
Eppure, la Parola di Dio che la Chiesa ci offre nella prossima domenica, la V del Tempo Ordinario, scuote profondamente questa nostra stanchezza, restituendoci una dignità che spesso dimentichiamo di possedere.
Una chiamata a essere, più che a fare
Nel Vangelo di Matteo, Gesù si rivolge ai discepoli con due definizioni bellissime e cariche di responsabilità: «Voi siete il sale della terra … Voi siete la luce del mondo». È fondamentale meditare quel verbo al presente: “siete”. Gesù non dice che lo diventeremo se saremo abbastanza bravi, né ci impone di sforzarci per diventarlo. Egli definisce la nostra identità più profonda: il fatto di averlo incontrato e di aver ricevuto il Battesimo, ci rende già portatori di un sapore e di una luce che non ci appartengono, ma che agiscono attraverso di noi.
Il sale è un elemento discreto: scompare nel cibo per donargli gusto, impedisce la corruzione degli alimenti e, nell’antichità, era segno dell’alleanza tra Dio e l’uomo. La luce, da parte sua, non splende per se stessa, ma per mostrare gli oggetti che illumina. Essere discepoli del Signore, dunque, non significa occupare spazi o imporre la propria presenza, ma essere quella “differenza” capace di rendere la vita degli altri più saporita e meno oscura.
La luce del condividere
Ma come si concretizza questo essere luce? Il rischio è di intendere la nostra vita cristiana come un’illuminazione interiore, un benessere intimo, che ci tiene al sicuro dai problemi del quotidiano. Il profeta Isaia, nella prima lettura, ci riporta alla realtà della vita concreta. La vera luce non nasce da una religiosità disincarnata, ma da gesti di prossimità molto concreti: «Dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri, vestire chi è nudo».
La Parola di Dio è chiarissima: la nostra luce «sorgerà come l’aurora» e le nostre ferite si rimargineranno quando usciremo dalla gabbia dell’egoismo per accorgerci dell’altro. La luce della fede si alimenta con l’olio della carità.
È interessante notare come il profeta leghi la risposta di Dio alle nostre preghiere non alla quantità delle nostre parole, ma alla qualità della nostra giustizia. Se toglieremo di mezzo il “puntare il dito” (quella tendenza così radicata a condannare l’operato altrui) e se sapremo “saziare l’afflitto”, allora la nostra tenebra “diventerà come il meriggio”. Essere cristiani, dunque, ha le mani sporche di lavoro e il cuore aperto all’accoglienza.
La sapienza del Crocifisso
Potremmo chiederci se questo non sia un peso troppo grande per le nostre povere spalle. San Paolo, scrivendo ai Corinzi, ci offre una traccia per non cadere nell’attivismo o nella presunzione. Egli ricorda di essersi presentato a Corinto «nella debolezza e con molto timore e trepidazione». Paolo non punta sulla forza delle argomentazioni umane. Egli sa che l’unica vera forza del cristiano è «Gesù Cristo, e Cristo crocifisso».
Questa è la “sapienza della debolezza”: la nostra capacità di essere sale e luce non dipende dalla nostra perfezione, ma da quanto lasciamo agire in noi lo Spirito di Dio. Se fossimo noi la sorgente della luce, saremmo destinati a spegnerci al primo soffio di vento della prova. Poiché invece siamo solo “riflessi” della sua luce, anche la nostra fragilità può diventare trasparenza per la sua Grazia. La fede non è fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio che opera proprio laddove noi ci riconosciamo poveri e bisognosi.
Per il nostro cammino di fede
Anche nella nostra Comunità, essere sale e luce significa prima di tutto curare la qualità delle nostre relazioni. Una Chiesa che non accoglie, che non sa condividere il pane (sia quello dell’Eucaristia, sia quello della solidarietà concreta), è una lampada messa sotto il moggio: non serve a nessuno.
In questa settimana, siamo invitati a chiederci:
- Il mio modo di parlare “dà sapore” alle conversazioni o aggiunge amarezza con il lamento e la critica?
- C’è un “affamato” (di cibo, di tempo, di ascolto o di consolazione) a cui posso aprire il cuore?
- Nel mio lavoro e in famiglia, riesco a confidare nella potenza di Dio invece di contare solo sulle mie strategie?
Il Signore ci doni una domenica di luce, perché siamo pronti a riscoprire che, nelle Sue mani, anche un pizzico di sale può cambiare il sapore del mondo.






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