La notizia dell’abbandono del ministero presbiterale di Alberto Ravagnani non è solo gossip religioso. Siamo di fronte a una vicenda rivelatrice: un punto di faglia dove si scontrano la pretesa di un’autenticità radicale e la tenuta delle forme ecclesiali-sacramentali nell’era di passaggio che viviamo.

Se per molti si tratta di un dolore (e per i detrattori di una conferma) per chi prova ad abitare le tensioni tra fede e cultura, questo evento è un laboratorio sulla crisi della mediazione. Non è in gioco solo la traiettoria esistenziale di un singolo, ma la sostenibilità stessa di una figura (quella del presbitero) all’interno di un ecosistema comunicativo che ne divora i presupposti umani.

Il mito della trasparenza e l’espropriazione dell’io

Il racconto di Ravagnani è centrato su un desiderio bello, sincero, condivisibile: la trasparenza. Egli dichiara di non poter più abitare una forma (l’abito, il rito, l’istituzione) che percepisce come un diaframma, una divisa che separa invece di unire. Qui sorge il primo grande paradosso del cristianesimo contemporaneo. La cultura digitale, in cui Ravagnani è immerso con un successo mediatico indiscutibile, esige che il contenuto coincida totalmente con il volto del comunicatore. È la dittatura dell’autenticità, dove il valore di un messaggio non risiede nella sua oggettività, ma nella vulnerabilità esibita di chi lo trasmette.

Tuttavia, la nostra consueta comprensione del ministero presbiterale matura partire da un presupposto diverso: una espropriazione. Il presbitero non agisce in nome della propria brillantezza. È trasparenza, sì, ma di un Altro. La forma liturgica, con la sua diuturna ripetitività e la sua scandalosa inutilità, serve anche a suggerire questo. Il rito è il luogo in cui la soggettività si tramuta in soglia. Quando Ravagnani percepisce il rito come incomprensibile, non sta denunciando solo un limite comunicativo della Chiesa, ma sta segnalando l’incapacità della cultura odierna di decodificare il segno sacramentale.

Quando l’umano perde la capacità simbolica, il rito diventa inevitabilmente un peso morto o un fatto ipocrita. Il problema, dunque, non è che la forma sia vecchia, ma che l’occhio del soggetto non sa più vedere l’Oltre nella materia del segno. E la pretesa di una fede senza mediazioni simboliche è l’illusione ottica di una generazione che scambia lo schermo per una finestra, mentre spesso è solo uno specchio.

L’algoritmo come magistero alternativo

Non si può analizzare la parabola di Ravagnani senza considerare il ruolo del famigerato algoritmo. Ravagnani non è stato solo un prete sui social; è diventato un influencer che ha diluito la funzione presbiterale nelle logiche del personal branding. L’algoritmo premia la performance, la novità costante, l’emozione istantanea. La vita ecclesiale, invece, è fatta di attese, di una lenta e spesso faticosa pratica di umanità condivisa.

Il successo di Fraternità (una community nata dal basso, vibrante e giovane) ha creato un corto circuito. Da un lato, ha mostrato una fame di spiritualità che le strutture ecclesiali tradizionali non sanno più intercettare. Dall’altro, ha nutrito un’autoreferenzialità problematica. Quando un presbitero riceve la conferma del proprio valore non nell’alveo ministeriale che rappresenta il suo luogo sorgivo (innanzitutto il Presbiterio, percepito come lento, distante, burocratico) ma da centinaia di migliaia di followers che gli dicono «tu solo ci capisci», la tentazione di considerarsi un’eccezione al sistema può diventare irresistibile.

Si scivola così verso un cristianesimo post-istituzionale, dove la fede diventa un’esperienza puramente soggettiva e la Chiesa un brand da cui ci si può dimettere se non risponde più alle proprie esigenze di crescita personale. La validazione dei numeri (l’oscura tentazione del censimento) ha sostituito la garanzia di conformità all’Evangelo offerta dal discernimento ecclesiale. Questo è il vero magistero parallelo: una bolla digitale dove il carisma non è più al servizio (anche dialettico) dell’istituzione, ma l’istituzione è percepita come una zavorra per il talento personale.

La solitudine del presbitero

Spostando il baricentro verso una sensibilità più “di strada”,  viene da porre una domanda scomoda: dov’era la Chiesa mentre Ravagnani diventava un fenomeno mediatico? La crisi del prete-influencer è motivo di riflessione per una Chiesa che cede alla tentazione di trasformarsi a sua volta in brand.

È già accaduto, infatti, che l’istituzione reagisca al fenomeno dei “religiosi da talent show” in due modi egualmente tossici:

  1. L’esaltazione strumentale: li usa come “volti” (Giubilei, GMG, tv, social) per dimostrare di essere ancora giovane.
  2. L’ostilità ipocrita: li lascia soli nella gestione di strutture mastodontiche o grandi pressioni mediatiche, salvo poi colpirli se deviano eccessivamente dai protocolli.

Ravagnani parla di una sessualità bloccata e della fatica insostenibile di fingere. Questo indica, forse, che la sua formazione non ha saputo integrare quella ferita generativa che è il celibato sacerdotale. Indica anche che è mancato un discernimento ecclesiale. Se un prete deve cercare rifugio e conferme nell’algoritmo, non è forse perché il Presbiterio è diventato un deserto relazionale? Una somma di solitudini manageriali mascherata da efficacia pastorale. La Chiesa italiana, ferma a un modello di parrocchia che non esiste più, ha delegato la missione digitale al singolo, senza creare una rete di protezione. Il risultato è il naufragio: quando la pressione della visibilità incontra la fragilità della solitudine, il collasso è l’esito più probabile.

Il celibato e il fallimento della formazione muscolare

Il tema del celibato emerge nel racconto di Ravagnani con una nudità disarmante. Egli ne parla come di una questione di volontà che alla fine ha ceduto. Qui emerge il fallimento di una certa formazione di stampo pelagiano. Se il celibato viene presentato come una prova di forza, un atto di eroismo individuale o un obbligo accettato per poter fare il prete (una scelta non scelta), è destinato a schiantarsi.

Il celibato è un carisma relazionale: non un’assenza di legami, ma una modalità di amore che si nutre di relazioni concrete e di una forza generativa (una paternità) non virtuale. Ravagnani parla della fatica di fingere. Una formazione che spinge alla santità eroica senza passare per l’umiltà del limite, che non lo interroga, non lo provoca a esprimersi, non lo integra, crea giganti dai piedi d’argilla. Sarà stato davvero così nel suo cammino formativo? Resta comunque la questione.

Il momento della crisi non è automaticamente carenza di fede, ma il luogo dove la fede può diventare adulta. Se però la crisi viene vissuta, ancora una volta, con in mano lo smartphone, essa non produce maturazione, ma solo una via di fuga verso un’altra immagine di sé, quella dell’ex-prete onesto con se stesso (e un po’ vittima). Siamo passati dal nascondimento clericale alla sovraesposizione narcisistica, saltando un passaggio fondamentale: l’integrazione della propria umanità ferita nel ministero (la famigerata scelta).

La tentazione sempre in voga di un cristianesimo senza religione

Ravagnani dichiara di rimanere prete senza volerlo più essere, o di volerlo essere ancora senza poterlo essere più. È la suggestione del cristianesimo non religioso di Bonhoeffer, ma in salsa Gen Z? Quel fecondo oracolo profetico gestato nelle celle dei nazisti, merita tutt’altra considerazione. L’idea più abbordabile che si possa servire Dio meglio fuori dalle secche dell’istituzione è affascinante, ma nasconde un’insidia.

Senza una forma strutturata, senza il giogo della comunità e dell’obbedienza (intesa come postura di ascolto), chi garantisce che il Dio che servo non sia solo la proiezione dei miei desideri? La Chiesa, con tutti i suoi limiti, è il luogo della resistenza alla dittatura dell’ego. È il luogo dove devo confrontarmi con forme che non ho inventato e compagni di viaggio che non mi sono scelto. Uscire da questo perimetro per ritrovare la propria verità rischia di essere un atto di onestà individuale che però apre la porta a un’assoluta arbitrarietà.

Se la fede diventa solo “ciò che sento” o “ciò che mi fa stare bene”, essa perde la sua forza profetica di contestazione del mondo e si riduce a un prodotto di benessere psicologico. Il rischio è la trasformazione del presbitero in un coach spirituale, un animatore di community che non disturba il sonno di nessuno perché ha rinunciato alla stoltezza della predicazione (che ha sempre una forma concreta, carnale).

Periferie esistenziali o vetrine digitali?

La missione di Ravagnani verso i giovani della Gen Z è stata, in molti sensi, una profezia. Ha abitato le periferie dello spazio digitale con impressionante coraggio. Tuttavia, la vicenda ci obbliga a chiederci: è possibile un ministero che abiti il digitale senza farsi divorare?

Il rischio della Chiesa degli influencer è quello di trasformare la missione in una vetrina. Il linguaggio semplice e disinvolto può scivolare nel populismo teologico, dove i nodi complessi della dottrina vengono sciolti in discorsi motivazionali. Ma l’Evangelo non è motivazionale: è vocazionale. La strategia motivazionale punta allo sviluppo della personalità finalizzata al successo; la vocazione è la fioritura della persona che accade nel processo della consegna di sé.

Non si tratta, quindi, di clericalizzare i social, né di rendere più social il clero, ma di capire come questi “carismi del digitale” possano essere integrati in una struttura che non li soffochi, ma nemmeno li lasci vagare in un’autonomia senza radici.

Una roadmap ecclesiale

Da un po’ di tempo si parla nella Chiesa di ascolto. Si prospettano riforme epocali, ma tutto poi si rimpicciolisce alla prova del cammino comune, forse perché non si è ancora presa coscienza del nodo da affrontare. Ecco perché avanzo con un certo timore qualche proposta, che appare subito anche me enorme, difficile. Comunque, proviamo. Mi concentro sul tema della forma del ministero nel XXI secolo. Senza un intervento in questo campo, ogni altro tentativo di intervento resterà un esercizio burocratico.

  • Riforma dei luoghi, tempi, metodi della formazione: Non basta aggiungere un corso di comunicazione digitale. Bisogna ripensare la formazione umana, passando definitivamente dal controllo alla libertà responsabile e dall’isolamento alla vita comune reale. Dovrebbe trattarsi di una formazione al ministero del/nel Presbiterio diocesano.
  • Puntare al Presbiterio: Il vescovo non può essere solo un manager di crisi. Può essere, nel/con il Presbiterio, custode di una fraternità che protegga i presbiteri dalla tentazione dell’idolatria digitale e dallo smarrimento della propria identità ministeriale. I presbiteri non possono più concepirsi come chiamati individualmente. La vocazione accade insieme, simultaneamente (in senso umano, non cronologico). Sono chiamato nel/con il Presbiterio (una comunità ministeriale) nella concretezza di una Chiesa locale e localizzata, fatta d volti, storie, strade, piaghe. Una provocazione che resta aperta: nell’era della rete, un Presbiterio fatto di incontri mensili e gestione di prassi e strutture è ancora una proposta attraente? Se l’algoritmo vince, è perché offre una comunità simulata (ma vibrante) a fronte di una comunità reale (ma anemica). Forse la sfida non è solo puntare al Presbiterio, ma reinventare la forma della vita dei presbiteri, uscendo dalla logica manageriale (ormai frustrante, sterile) per dare slancio a una rinnovata passione per l’annuncio, il servizio al sacerdozio dei battezzati, la presidenza di celebrazioni nutrienti, la prossimità umana.
  • Servizio al carisma: La Chiesa deve aiutare a gestire i talenti senza paure, con l’audacia di sperimentare, ma senza delega in bianco e attivando reti di protezione. La vicenda di Ravagnani mostra plasticamente (se ancora ce ne fosse bisogno) che esiste una generazione di giovani che ha sete di Dio, ma che non trova nelle strutture ecclesiali attuali una forma abitabile e un linguaggio comprensibile. Tuttavia, la risposta non può essere la fuga in avanti dell’individuo, ma la trasformazione della comunità.

Un nuovo mattino?

Alberto Ravagnani ci lascia con una domanda irrisolta: è possibile un ministero che sia autenticamente segno dell’Altro in un mondo che adora solo l’immagine? La sua scelta ancora informe di “restare prete senza esserlo più” è la sconfitta di un certo modello formativo e, forse, un passo in avanti per una ricerca necessaria.

Non ci sono ricette rassicuranti. Resta la tensione di cuori che cercano Dio, ma faticano a trovarlo in forme che (appaiono) del passato. La sfida per la Chiesa sarà quella di formare ministri che siano cristiani, discepoli di Gesù, che pertanto non abbiano paura della propria umanità, e che sappiano usare lo schermo come una soglia, non come uno specchio. E che, infine, ne sappiano discernere gli inganni strutturali che li abitano.

Dobbiamo accettare la complessità di questo passaggio. Non è il tempo dei giudizi morali, né quello delle esaltazioni acritiche della coerenza di chi se ne va. È il tempo del discernimento comunitario. Se la Chiesa non saprà abitare queste tensioni, continuerà a produrre eroi solitari destinati a bruciarsi come “piccole stelle senza cielo”, lasciando il popolo di Dio orfano di guide capaci di resistere alla dittatura dell’istante.

Il valore inattuale dell’inutilità

In un’epoca che misura tutto sul ritorno d’immagine o sul numero di visualizzazioni, la Chiesa può indicare il valore del gratuito e dell’inutile. La liturgia è inutile, non produce nulla di immediato. Il celibato è inutile se visto con gli occhi del mercato affettivo. Ma è proprio in questa inutilità che si apre lo spazio per un Oltre.

Cercando di rendere tutto utile, comprensibile, vicino, immediato, si finisce per svuotare il segno della sua alterità. La sfida è restare accanto senza perdere l’Oltre. Essere nel mondo senza essere del mondo, anche nell’era di TikTok.

Forse questo evento è la cenere da cui può rinascere una nuova consapevolezza. Una Chiesa meno preoccupata della propria visibilità e più attenta alla propria fedeltà. Don Alberto se ne va, ma la domanda che ha sollevato resta: come si può essere preti oggi? Come si può essere cristiani?

La risposta non la darà un singolo, ma una comunità capace di fare silenzio, di pregare e di ascoltare non l’algoritmo, ma lo Spirito. Solo così potremo vedere questa aurora senza essere troppo invecchiati nell’anima, senza aver ceduto alla tentazione di scambiare un like per una benedizione e un successo mediatico per la salvezza del mondo.


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