La vicenda di Lazzaro (Gv 11) viene letta spesso come il trionfo della potenza divina sulla biologia: un colpo di scena sfolgorante, degno di un blockbuster.

Leggiamo con più attenzione, e vedremo che da quel racconto emerge una zona d’ombra sorprendente e feconda: il ritorno alla vita non è l’atto mirabolante di un Dio da effetti speciali, ma il farsi strada della forza di un‘amicizia che accetta di far propria la sorte dell’altro, costi quel che costi.

La pedagogia dell’assenza

Gesù riceve l’annuncio della malattia di Lazzaro, «il suo amico», e sceglie il silenzio. «Rimase due giorni nel luogo dove si trovava». Questo indugio è indifferenza? No, Gesù sfida la tirannia dell’urgenza, per trasformare un triste fatto di cronaca in un momento opportuno (un kairòs).

Le sorelle di Lazzaro, Marta e Maria, reagiscono con un atto d’accusa struggente: «Signore, se tu fossi stato qui…». Un de profundis (Sal 130), che dà voce a chi sperimenta l’assenza di Dio nel momento della prova.

Qui la fede smette di essere un pacchetto di credenze per diventare corpo a corpo, protesta, lotta.

Gesù non risponde con una lezione che annulla ogni dubbio, ma con la partecipazione: «scoppia in pianto». Le sue lacrime sono la fine di ogni incubo, la più bella delle notizie: Dio non è impassibile di fronte al nostro dolore.

Si tratta sempre di pietre da rimuovere

Il culmine del dramma è quel grido («Lazzaro, vieni fuori!») e anche l’ordine sorprendente che lo precede: «Togliete la pietra». È l’invito a lasciarsi coinvolgere in una logica nuova, che nasce dalla fede: Dio dona la vita, a noi tocca rimuovere le pietre sepolcrali.

Il contrasto è evidente: troppo spesso deleghiamo alla “grazia a buon mercato” (D. Bonhoeffer) o alla smania del miracolo ciò che spetterebbe alla nostra responsabilità. Togliere la pietra significa restare anche mentre si spande l’odore dolciastro della decomposizione, della sconfitta.

Senza questa scelta comunitaria di scoperchiare le situazioni di morte anche soltanto con una presenza silenziosa, la parola di Gesù resta inascoltata.

Sciogliere bende, o “della comunione”

Il comando di Gesù è paradossale: «Liberatelo e lasciatelo andare». Lazzaro è vivo, ma è libero? È ancora un morto che cammina, bloccato dai legami del passato. Forse sta qui la nostra missione, oggi? Avere il coraggio di sciogliere bende:

  • Del giudizio: che immobilizza chi ha sbagliato in una identità definitiva di peccatore.
  • Della paura: che impedisce il passo verso una presenza profetica nella storia.
  • Di una religiosità stantia: che avvolge il Vangelo in un sudario di parole morte, incomprensibili ai cercatori di Dio.

Il racconto della resurrezione di Lazzaro ci consegna a tensione irrisolta e feconda: la vita è data senza misura, ma la libertà è un processo relazionale, è un altro nome della comunione. Non ci si libera dalle proprie bende senza braccia amiche che abbiano l’audacia di scoperchiare tombe e strappare sudari.


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