La Parola di questa domenica è vertiginosa. Da una parte, il Siracide ci ricorda la nostra radicale libertà: «Davanti agli uomini stanno la vita e la morte: a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà» (Sir 15,17). Dall’altra, Gesù ci porta in cima a un monte, dove le nostre semplici forze umane sembrano mancare.

Non si tratta di un aggiornamento del codice civile, ma di un evento teologico sconvolgente. Gesù, dal monte delle beatitudini, ci consegna la Legge nella sua pienezza, non più scritta su tavole di pietra. Egli ci rivela il cuore di Dio.

Notiamo una tensione che attraversa il testo di Matteo. Gesù dice: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento» (Mt 5,17). Cosa significa questo compimento? Immaginiamo la Legge mosaica come un vaso prezioso, finemente cesellato, ma non ancora pieno. I precetti, i divieti, i riti erano forma e attesa. Gesù non è venuto a rompere il vaso, ma a riempirlo fino all’orlo, anzi, a farlo traboccare con il vino nuovo dello Spirito. Senza Gesù (questa è la sua “pretesa” inedita), la Legge resta incompiuta. Con Gesù, ogni virgola della Scrittura acquista il suo peso specifico di eternità.

Gesù ci chiede una giustizia che «superi» quella degli scribi e dei farisei. Il termine greco usato dall’evangelista, suggerisce un eccesso. Non ci viene chiesto un aumento quantitativo (fare più cose, recitare più preghiere, osservare più regole), ma una sovrabbondanza qualitativa. È l’eccedenza dell’amore, l’allargamento del cuore, che rompe gli argini del dovere per entrare nell’oceano del dono.

Gesù, infatti, sposta il baricentro dal gesto esterno al cuore. «Avete inteso che fu detto… non ucciderai». La legge si ferma alla mano, al gesto violento. Ma Gesù entra nella stanza segreta dell’interiorità: «Chiunque si adira con il proprio fratello… chi gli dice “stupido”». Il Signore ci sta dicendo che l’omicidio molto prima del gesto: inizia quando riduci l’altro a un oggetto, quando lo elimini con il disprezzo, quando “uccidi” la sua reputazione con la parola. Il male non è un incidente di percorso; il male ha una radice profonda che va estirpata lì dove nasce: nell’intenzione.

Così anche per l’adulterio. È questione di sguardi predatori. Quando una persona non è un mistero sacro da custodire, ma una preda da afferrare, hai già aderito al male, ne sei schiavo.

Gesù, con la sua autorità divina («Ma io vi dico»), non vuole rendere la vita più difficile. Sta donando all’uomo la sua dignità di figlio. Non siamo fatti per una moralità da minimo sindacale. Non siamo chiamati a dire: “Non ho fatto male a nessuno”. Ma piuttosto: “Ho amato come Dio mi ama?”.

Non siamo esecutori di norme, ma figli, custodi di una presenza che libera.


Portiamo a casa tre domande per la nostra settimana:

  • «Se hai qualcosa contro il tuo fratello …». C’è qualcuno nella mia vita che sto annullando con l’indifferenza, il silenzio o il rancore? Ho il coraggio di fare il primo passo, anche se penso di avere ragione?
  • Come guardo le persone che incontro? Il mio occhio è limpido, capace di vedere l’altro come un dono di Dio, o è un occhio che brama, giudica e consuma? Custodisco la purezza delle mie intenzioni o lascio che la fantasia vaghi senza meta?
  • Il mio parlare è trasparente? Sono una persona affidabile? Oppure ho bisogno di giuramenti, giri di parole e maschere per farmi credere? La mia parola ha il peso specifico della presenza di Dio o la leggerezza dell’opportunismo?

Scopri di più da casa tra le case

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Lascia un commento

In voga