Il tempo liturgico che inauguriamo con il segno delle ceneri è un forte appello a rileggere in profondità la nostra identità di discepoli del Signore.

La Parola di Gesù ci introduce in una tensione tra l’essere e l’apparire. Per descrivere la patologia che affligge l’uomo religioso di ogni tempo, usa il termine theathenai, “essere visti”. Ha la stessa radice della parola “teatro”.

Viviamo in quella che potremmo definire la società del teatro totale, dove l’esistenza sembra acquisire peso specifico solo se approvata, resa pubblica, riflessa nello sguardo, spesso anonimo, di altri. Anche la vita di fede rischia di essere risucchiata in questo vortice, trasformando la devozione in una recita, la liturgia in palcoscenico, la vita ecclesiale in un’esibizione di forza.

Gesù diagnostica questa malattia del cuore avvertendoci che, quando gli atti della religione sono usate per costruire la propria immagine, diventano un esercizio di ateismo: cerchiamo la gloria che viene dagli altri perché, nel profondo, non crediamo più nella realtà dello sguardo del Padre, e che lo sguardo del Padre basti a dare consistenza alla nostra vita.

Contro la malattia dell’esteriorità, la liturgia che viviamo ci offre una terapia d’urto invitandoci a nasconderci. Non si tratta di oscurità o di cospirazione, non si tratta di rifugiarsi nella catacombe. Si tratta di quella dimensione di autenticità che accade solo quando ci sottraiamo ai like del mondo. È in questa dimensione nascosta, en tō kryptō, che si gioca la verità della nostra relazione con il Padre.

Gesù ci consegna un’immagine bellissima per accedere a questa dimensione: il comando di entrare nel tameion. Il temine indica la dispensa, il ripostiglio interno, il luogo più protetto della casa dove si custodivano le provviste e i tesori di famiglia. Non è il salotto dove si ricevono gli ospiti, ma lo spazio intimo, sottratto agli estranei, dove si conserva ciò che permette alla famiglia di vivere. È il luogo evocato dai profeti come rifugio nel giorno dell’ira (Is 26,20 [LXX]), lo spazio dove il miracolo della vita può accadere (2Re 4,33).

Entrare in questo luogo d’intimità e chiudere la porta dietro di sé significa compiere un atto di grande libertà interiore. Significa decidere che la mia dignità non dipende dall’applauso, dal consenso o dalla reputazione che mi sono costruito. Significa scoprire che il mio valore è custodito in un segreto inaccessibile al mondo, un segreto condiviso solo tra me e il Padre, in Cristo. In questo spazio protetto, l’elemosina non è ostentazione ma condivisione viscerale, condivisione di ciò che sei e non solo di qualcosa che hai; la preghiera è respiro dell’anima, dialogo filiale, ricerca appassionata di Dio; il digiuno è un segno che ti apre l’appetito alla fame di Dio.

Attenzione, però. Il comando di Gesù di cercare Dio nel segreto non è un invito all’intimismo disincarnato, una fuga dalla storia. Al contrario, è la condizione per un agire che porti davvero a qualcosa di trasformante. La promessa di Gesù è che il Padre, che vede nel segreto, ricompenserà. Questa ricompensa non è in un futuro nebuloso, ma è il portare alla luce ciò che è vero. Nel Vangelo si parla sempre così di “ciò che è nascosto”: sarà rivelato. Nei momenti chiave della storia, e nel suo compimento a suo tempo, sarà svelato ciò che è stato coltivato nel segreto del cuore.

Le ceneri che riceviamo sul capo sono una soglia tra il visibile e l’invisibile. Sono polvere, la materia più povera e inconsistente, a ricordarci che tutto ciò che costruiamo per gloriarci è destinato a disperdersi al vento. Ma se questa polvere, che siamo noi, è impastata da Dio nel luogo segreto dell’incontro con la sua grazia, diventa terra fertile per creature nuove.

Se la Parola ci invita a entrare nella stanza interna, l’Eucaristia è il cibo che troviamo una volta giunti lì, in quella dispensa. Sull’altare, il Mistero che era nascosto nei secoli si fa presente sotto i segni umili del pane e del vino. Dio per primo sceglie di nascondersi, per rivelarci il suo vero volto. Non si impone con il fulgore della sua maestà divina, ma si consegna nel silenzio di un frammento di materia, un pezzetto di mondo, frutto della terra e del lavoro delle nostre mani.

Partecipare alla mensa eucaristica significa entrare nel tameion di Dio, nel suo cuore, e nutrirsi della sua vita segreta. È lì che avviene la vera trasfigurazione: il cristiano cessa di pensare alla giustizia come la conformazione esteriore a un sistema di valori, e si sente chiamato a partecipare a quella relazione intima che Gesù vive eternamente con il Padre. È nell’eucaristia che la Chiesa è chiamata ad essere non un’élite etica che ostenta perfezione (che non c’è), ma una comunità di peccatori perdonati che hanno scoperto il tesoro, la perla preziosa.

In questo tempo di Quaresima, non siamo chiamati a presentarci a Dio come eroi, forti dei nostri digiuni e delle nostre elemosine.
Siamo chiamati a presentarci a lui come figli bisognosi, sporchi della polvere delle strade che percorriamo, ricoperti della cenere della nostra inconsistenza, ma con il cuore aperto alla grazia. Dio non cerca la nostra performance, ma la nostra verità. Spesso è proprio la nostra fragilità la porta attraverso cui entriamo più facilmente nella stanza segreta della conoscenza del Padre. Quando crollano le impalcature della nostra gloria, siamo finalmente pronti a lasciarci amare gratuitamente.


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