L’itinerario quaresimale, nella sua seconda tappa, ci pone di fronte alla necessità di partire. Oggi leggiamo dello sradicamento di Abramo e dei discepoli abbagliati sul Tabor. Siamo al crocevia tra la gloria e la polvere. Se la prima lettura impone il congedo dalle geografie rassicuranti dell’io, il Vangelo smaschera l’istinto di noi creature: cristallizzare la luce per eludere la storia.

L’illusione delle tende

Pietro, di fronte alla sfolgorante identità di Gesù, reagisce con una proposta comprensibile, ma irrealizzabile: costruire tre tende. È il tentativo di trasformare l’evento in monumento. Un cristianesimo delle cime, che abita il sublime per non dover misurare la propria fede con la polvere della pianura.

In questo contesto, la zona d’ombra non risiede nella paura, ma nella ricerca di sicurezza. La tenda sognata da Pietro è simbolo di una Chiesa che, spaventata dalle sfide del presente, cerca rifugio in una liturgia solenne, ma priva di corpo o in una dottrina rigorosa ridotta a scudo protettivo.

La nube luminosa interviene a spazzare via ogni manufatto. La fede non è un possesso, ma un’itineranza: “Ascoltatelo”. L’ascolto del Figlio non permette soste da museo; impone la discesa e l’esodo verso Gerusalemme, dove la gloria si manifesterà nel paradosso del dono definitivo.

La sapienza della sproporzione

La trasfigurazione non è un travestimento che Gesù usa per stupire, ma l’introduzione alla grammatica dell’attraversare senza fuggire. La gloria e la croce non sono stadi successivi, ma dimensioni simultanee dell’agire di Dio.

La vera profezia del Tabor risiede nel tocco di Gesù: quel “alzatevi e non temete” che raggiunge i discepoli prostrati.

Qui si consuma il superamento di ogni visione moralistica della fede. Non è la perfezione dei discepoli a permettere la discesa, ma la loro fragilità accolta. Siamo vasi di creta che custodiscono una luce di per sé incontenibile, non per meriti acquisiti, ma grazie a un tocco.


Verso una Pasqua feriale

L’eucaristia che celebriamo non è il recupero nostalgico di quel brivido sul monte, ma il laboratorio in cui impariamo a non costruire ripari, ma a diventare noi stessi tabernacoli itineranti.

La sfida per noi è adesso chiara: siamo pronti a scambiare le nostre tende rassicuranti con il richiamo della strada? La luce del Tabor ha senso solo se diventa forza per abitare il vicoli della storia, sostenuti da quel tocco che, solo, basta.


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